Ott 08

Tre giganti e un poeta…Pasquale Giannino

La redazione & Pasquale Giannino …

Tre giganti e un poeta – Racconto apparso su Calabria Sconosciuta ed il giornale interattivo di San Donato.

di  Pasquale Giannino

Il mese di giugno è il mio preferito. Il destino ha voluto che nascessi il primo. Quando partii per Torino avevo diciannove anni. Mio padre era un cinquantenne dall’aspetto giovanile, i capelli folti e neri, la falcata da montanaro. Mia madre era poco più che una ragazza. Mi accompagnarono alla stazione di Paola e mi aiutarono a portare due pesanti valigie sui binari. All’arrivo del treno, mio padre mi diede una mano a trascinarle su, poi mi abbracciò forte dicendomi queste poche parole: “Buona fortuna, figlio mio!”. Io ero emozionato, provavo una strana sensazione che mi ricordava un po’ l’adrenalina delle gite scolastiche. Poi mi resi conto di un particolare che non avevo considerato: in quel lungo viaggio, io ero solo. Saltai subito sulla cuccetta, ma rimasi sveglio fino all’alba. E quella frase continuò a risuonare nella mente.
Per tanti anni ho festeggiato l’anniversario lontano dai miei. Il mese di giugno è anche il periodo delle ciliegie, che ho sempre amato cogliere dai rami, da piccolo spesso mi arrampicavo noncurante delle raccomandazioni di non farmi male. Quest’anno ho deciso di ritornare. I capelli di mio padre sono ormai radi e quasi del tutto bianchi. Mia madre si è parecchio appesantita e anche lei apparirebbe canuta, se non avesse il vezzo – comune a molte donne della sua età – di ricorrere sovente alla tintura.
“Ho voglia di andare in campagna,”dico a mio padre “raccogliere un po’ di ciliegie.”
“Va bene,” mi risponde “però non aspettarti che tutto sia rimasto come prima.”
Partiamo con la vecchia Uno, ambedue i finestrini abbassati. Sento la mancanza del mio climatizzatore e anche dell’autoradio. Poi inizio a guardarmi intorno e mi rendo conto che ho perso da tempo tale abitudine. Vedo alcuni campi riarsi, qualche principio di incendio. Per raggiungere la contrada dei miei nonni, imbocchiamo la solita provinciale. Ma non è la stessa dei miei ricordi: troppi rovi irrompono dal ciglio della strada, in alcuni tratti la carreggiata si restringe di oltre un metro. A un certo punto svoltiamo per “Contrada Manche”, l’indicazione appena visibile tra le fronde. La strada è dissestata. Diverse frane ci costringono a fermarci e ingranare la prima. Arriviamo dinanzi al vecchio casolare, mi aspetto di vedere la porta aprirsi e mio nonno venirci incontro col suo abituale sorriso. Ma è solo un attimo, poi ricordo che quel casolare ormai pieno di crepe è disabitato da oltre vent’anni. Entro, osservo l’enorme camino, la scala di legno che conduce in soffitta. Apro una finestra che si affacciava su un pergolato, do un’occhiata: vedo solo erbacce e rovi alti due metri. Guardo mio padre senza dire nulla. Rimane in silenzio per alcuni istanti, poi, con quella ingenuità degli anziani che sembrano tornare un po’ bambini, si schermisce: “Te l’avevo detto… sai, la scuola, gli impegni… ora cercherò di pulire: nonno ci teneva tanto…”.
“Vuoi che ti aiuti?”
“No, non è lavoro per te questo.”
Mentre si allontana lo guardo, e mi fa tenerezza. Ultimamente si è fatto crescere il pizzetto, quasi bianco: mi sembra un vecchio. Eppure non ha neanche settant’anni. Mi sovviene una foto di Leonida Rèpaci, ormai sul viale del tramonto, la barba candida gli conferiva un’aria di saggezza. E penso che i poeti, a volte, amano farsi beffe del tempo e della sua corsa inesorabile. Giro per casa, gli ambienti mi appaiono stranamente angusti, trovo un libro posato su un tavolo. Tolgo la polvere che lo sommerge, l’immagine di un fiume si delinea sulla copertina, un arcobaleno si intravede all’orizzonte. Leggo: “Donato Tommaso Giannino – I Canti del Busento – Editrice Mit Cosenza”. Prendo una sedia, la porto davanti all’uscio e mi siedo, nella stessa posizione che occupava mio nonno, quando mi raccontava gli aneddoti della guerra o del periodo trascorso in Svizzera. Alla mia destra c’è il forno a legna, piuttosto malandato; dall’altra parte l’ulivo. Leggo alcuni versi a caso:
Gorgoglia nel limo una favola
l’acqua lucente alla luna
slittando con fragile slancio
nella gora levigata.
Giù verso l’antico mulino
si perde in un gemito d’ira,
balzando le immobili pale,
ricade nel fiume.
Sento alcuni passi, un uomo si avvicina con l’aria di chi cerca informazioni. Non posso fare a meno di pensare a mio nonno, che aveva l’abitudine, in tali circostanze, di offrire al forestiero un bicchiere di buon vino.
“Salve, ha visto per caso due signori, un vecchio dalla barba bianca e un uomo di mezza età, bruno, dai lineamenti forti?”
“Mi spiace, sono qui da poco e non ho visto nessuno. Ma lei è… mi pare di conoscerla.”
“Sono Vincenzo Guerrazzi.”
“Vincenzo? Non posso crederci… io sono Pasquale Giannino, l’aspirante scrittore, ci siamo sentiti una volta per telefono.”
“Sì, Giannino, mi ricordo… però, come ti ho già detto, lascia perdere: questo mondo è una fogna!”
“Ho letto Gli Intelligenti: un capolavoro assoluto. I tuoi incontri immaginari con Eco, Moravia, Scalfari… eccezionali. E poi, le domande sulla classe operaia rivolte agli intellettuali ‘megafoni del potere’. Così crude e dirette. Un vero capolavoro di inventiva e coraggio. Eri già un autore che aveva fatto versare ai critici fiumi di inchiostro, eppure nessuno voleva pubblicarlo…”
“Caro Giannino, come ti ho già detto, lo scrittore – se non vuole morire – deve scrivere ciò che gli ordina il principe del suo tempo.”
“Sono d’accordo: basta dare un’occhiata in giro…”
“Cosa stai leggendo?”
“Nulla d’importante: poesie… Se vuoi, posso accompagnarti.”
“Ti ringrazio. È una vita che non torno in Calabria, poi questa zona la conosco poco.”
“Andiamo, però sappi che la strada è dissestata e a un certo punto diventa un semplice sentiero.”
“Ragazzo, a me non importa niente di sporcarmi le scarpe o le mani. Io i salotti letterari non li ho mai frequentati. Non ho mai preteso troppo dall’esistenza: mi basta un piatto di minestra, un bicchiere di vino, leggere qualche buon libro.”
“Però sei stato al Premio Strega.”
“Sì, a presentare La fabbrica del sogno. Volevo diffondere il discorso degli operai, parlare dell’altra classe, dei separati, quelli che non contano, ai quali si chiede soltanto la fatica e il dolore. Ho commesso un errore gravissimo…”
Ci incamminiamo verso il torrente. A un certo punto l’asfalto si interrompe e proseguiamo su uno sterrato, attraverso una vegetazione rigogliosa. Di tanto in tanto giunge da lontano un muggito, il canto delle cicale da sottofondo.
“Chi sono i due signori che stai cercando?”
“Sei curioso?”
“Vorrei solo esserti utile…”
“Sono due grandi scrittori, due titani del nostro Novecento quasi dimenticati.”
“E sei venuto a cercarli qui?”
“La grande letteratura è da tempo assente dagli scaffali delle librerie, è nei luoghi abbandonati che bisogna cercarla.”
“Capisco… però mi sembra difficile che i tuoi amici possano aver trovato rifugio da queste parti.”
Attraversiamo l’alveo del torrente. Proseguiamo il nostro cammino in mezzo alle ginestre, sentiamo delle voci.
“Sono loro, mi hai portato nella direzione giusta. Ora però riposiamoci, fa davvero caldo” osserva lo scrittore asciugandosi la fronte. “Sediamoci un po’ sotto quel pino.”
I due uomini si trovano poco lontano, all’ombra di un ciliegio – quello della mia infanzia – ambedue ne gustano il frutto e discutono animosamente.
“Sono indignato,” urla il vecchio “si ricordano di me solo nelle immagini di repertorio, quelle che mi ritraggono insieme a Quasimodo, Moravia e altri scrittori del Premio Viareggio.”
“E pensare che hai dato lustro – con la tua produzione torrenziale – alla cultura del Novecento” osserva l’altro più compassato. “La Storia dei Rupe non è soltanto la saga di una famiglia del sud, ma un’opera poderosa che si intreccia con i grandi accadimenti del secolo.”
“Già, ma si ostinano ad annoverarmi tra gli autori regionali. Eppure, fra l’altro, ho scritto Il deserto del sesso, un romanzo coraggioso che subì un sequestro e mi costò un processo per oscenità.”
“Cosa posso dire io, che vengo ricordato solo per aver dato voce alla miseria dei pastori d’Aspromonte e ai loro aneliti di giustizia. Di ciò sono fiero, ma vorrei che si accorgessero del respiro europeo della mia opera…”
“In effetti hai saputo esprimere con grande sensibilità la condizione dell’uomo contemporaneo, oppresso da una società massificata che vieppiù lo aliena e annichilisce.”
“Ecco, vorrei che mi apprezzassero per aver scritto Il mare o L’uomo è forte.”
Vedo Guerrazzi trasognato, assorto nella contemplazione del paesaggio. Starà pensando a un suo nuovo quadro – dico tra me – uno di quelli forti, secondo il suo stile, una tela ricca di simboli che lasci trasudare l’amarezza della terra e la fatica dei braccianti. Frattanto mi volto verso i due scrittori: presso il ciliegio non c’è più nessuno, li vedo allontanarsi con passo risoluto.
“Maestro, i tuoi amici stanno andando via, sono già distanti, ma se ci sbrighiamo possiamo raggiungerli.”
“No, Giannino, ormai non c’è più nulla da fare.”
“Mi pareva che dovessi dire loro qualcosa di vitale importanza.”
“Hai indovinato, ma ormai è tardi.”
“Sai, mi ha colpito il riferimento al romanzo sequestrato per oscenità, analogo destino che toccò molti anni dopo al tuo Nord e Sud uniti nella lotta…”
“Perché avevo usato ‘espressioni pornografiche di livello postribolare’. Oggi un’accusa del genere sarebbe ridicola… La verità è che il sequestro della mia opera fu politico.”
“In effetti, erano anni piuttosto caldi e un libro di denuncia come quello non poteva passare inosservato. Un libro scomodo per la destra, ma pure per la sinistra e tutta la retorica costruita nei decenni sulle spalle della classe operaia. Mi piacerebbe scrivere un libro così.”
“Caro amico, lascia perdere: lo scrittore è uno che non riesce a realizzarsi nella vita, un albero spezzato, un monco…”
D’un tratto sento una mano sulla spalla. È mio padre.
“Pasqualino, tutto bene?”
“Sì papà, mi sono addormentato. La scorsa notte ho fatto le ore piccole.”
“Che libro è questo?” mi chiede raccogliendo da terra il volumetto. “I Canti del Busento… figlio mio, non perdere tempo con tali sciocchezze!”
“Papà… ma che dici? Alcune poesie sono davvero belle. Senti questa:
Sorridi
essere travagliato.
Tutti siamo
come le foglie aride
che l’aere mulina.
Come i granelli di sabbia
coinvolti
nella furia dei gorghi.
Un’orma di putridume
più niente.
Ma tu
sfida il destino e sorridi.
Vedi, l’onda
sospinta a tacere,
frantumata
grida con riso di scherno.
Non è stupenda?”
“È solo un peccato di gioventù… Andiamo a raccogliere le ciliegie?”
“Sono stanco… preferisco tornare a casa.”
Mio padre chiude la porta del casolare. Rimane per alcuni attimi assorto dinanzi all’uscio, poi sale in macchina e mi domanda: “Ti sei annoiato?”.
“No papà. Sono stanco, la scorsa notte ho dormito poco…”

Pasquale Giannino

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