Set 20

COME ERAVAMO N°02

Di Giovanni Benincasa …

DAI MIEI RICORDI (GIOVANNI BENINCASA)
L’ EDUCAZIONE AI MIEI TEMPI.

Nel raccontare come eravamo, il Sig. Minucciu ha fatto in qualche modo trasparire il metodo con cui venivamo educati. Eh si! A quei tempi non c’era misericordia, era difficile che venisse perdonata qualsiasi marachella. Ne voglio raccontare una delle mie. Ma, solo a seguito di una precisazione sulla mia famiglia. La mia non era una famiglia particolarmente agiata, ma finché sono rimasto in seno ad essa credo di essere stato un ragazzo abbastanza felice e per le esigenze di quei tempi posso dire che non ricordo di aver sofferto particolarmente la mancanza di alcunché. Solo che n casa quando era ritenuto necessario per l’educazione di noi figli, i genitori si lasciavano scappare anche nu fric….ni i palati tantu ppi t’alliscia i spaddhi, accussì ti mparavasi ppi nata vota. Comunque passata la tempesta tornavamo i figli amatissimi di sempre, ne ricordo particolari atti di cinismo genitoriale. A dire il vero scrivendo di Loro a distanza di tanto tempo ne sento tuttora la mancanza (se fosse stato vivo, mio padre, questo anno avrebbe compiuto 101 anni).

Fatta la doverosa precisazione, cerco di raccontare nel nostro dialetto l’episodio.

Aviamu na picchi i vacchi e puru u paricchiu, ppi quissu aviamu bisuognu i tantu foraggiu. Nta terra c’ aviamu ci mintiamu tanti tipi i gheriva e tra quisti i favarieddhi.

A scena si svolgi propriu tra a casetta e ra terra addhunni gheranu simminati i favarieddhi.

Papà mi chiama: Giuvà! Io… Chi papà!

Vami pia a favuci all’anta de favarieddhi.

Cu tutta a bona vuluntà scappu a fa u sirivizzu, ma arrivatu addhunni gheradi a favuci, propriu nto stessu mumentu ci passa da supa nu saittuni, (del terrore che ho per questo tipo di animali ho già detto) trimannu, trimannu mi vuatu arrietu e chi fazzu, dicu na fissaria.

Faciennu finta i nenti, …. papà a favuci all’anta o nc’è.

Giuvà! va a pia ca si cci vaiu ghia mi pagu i passi.

Papà, noni ca a favuci o nc’è!

La tiritera si ripete tre o quattro volte, finché, mio padre certo dei fatti suoi si avvia e va a prenderla e lì la trova, ovviamente ritorna inviperito.

Con un cenno della mano mi chiama e mi avvicino tutto tremante nonostante la paura do saittuni fosse stata più grande delle sicure botte.

Le mie orecchie subirono un vero martirio e la prima a venire in mio soccorso fu, ovviamente, mia madre che fu allontana in malo modo, stessa sorte toccò a mio fratello (rientrato per una breve visita, allora era in seminario a Paola) e la terza incomoda fu una vicina di casa.

Che lo apostrofò così: iammu cumpà chi stasi faciannu mo!

La risposta: Cummà vatinni a ddhuaccu se no cinni su puru pi tia!

Dopo la sfuriata ognuno torno alle proprie occupazioni e a sera a casa tornò la pace di sempre.

L’unico accenno alla vicenda fu: Giuvà sinni dicinu fissarii? Noni papà! Come conclusione della vicenda da parte di mio padre ci fu un: ah!!!!! accompagnato da un largo e carezzevole sorriso e mi porse il bicchiere con un assaggio del nostro buon vinello. Morale! Avessi detto la verità avrei evitato tutta quella cagnara.

TIRITERA DI GIOCHI FEMMINILI

(l’ho sentita tanto spesso dalle mie coetanee da non poterla dimenticare, spero di scriverla dignitosamente ma non chiedetemene il significato)

Pizzi pizzi trangula

aru chianu di Santangiula

e Santangiula e Catarina

aru chianu da rigina

a rigina e iuta a castagni

ha purtatu quattru castagni

e castagni e castagnoli

ghiessi tu la cicirignola!!

P. s.: non ricordo neanche durante quali giochi la recitassero.

Saluti! Giovanni Benincasa

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