Set 16

RIUSCIRANNO A INVERTIRE LA ROTTA?

Di Giovanni Benincasa

RIUSCIRANNO A INVERTIRE LA ROTTA?

Questo “brano” dedicato al nostro paese, nasce, assolutamente, da un fatto casuale e l’ho volutamente titolato con una domanda, conscio che la situazione amministrativa e il dissesto del territorio comunale che vengono rappresentati sono a dir poco disastrati. Il tutto viene ulteriormente aggravato da una crisi di livello sovrannazionale assolutamente stressata dalla crisi dei mercati di tutto il mondo. Quindi, l’impegno che la amministrazione in carica, eletta da qualche mese, si trova ad affrontare è davvero arduo e non lascia adito a dubbi: qui o si fa San Donato o si rischia l’accorpamento con la conseguenza di smembrare completamente ciò che lega il centro capoluogo al suo territorio e di conseguenza tutto il nostro territorio diverrebbe marginale ad altri comuni.
Il fatto occasionale, che mi ha portato a voler dare risalto a qualcosa che sono sicuro i nostri amministratori conoscono molto bene, è il ritrovamento, sul parabrezza della mia auto, di una rivista periodica
edizione 2008
, ancora nuova di zecca nella sua custodia di cellofane. Questo è avvenuto nella prima decade di luglio scorso “2011”, durante i festeggiamenti della Madonna delle Grazie, mentre assistevo ad un concerto a Spezzano Albanese. Il titolo “APOLLINEA” che lascia trasparire gli argomenti trattati e la data di edizione mi hanno molto incuriosito, al punto che mi sono autocostretto a fare un giro tra le molte macchine che sostavano nel parcheggio per verificare se fosse una distribuzione vera e propria. Niente da fare, quel periodico, vecchio di tre anni, come caduto dal cielo sul parabrezza della mia macchina, in quel parcheggio, mi è sembrato l’unico e solo. La curiosità è stata tanta, per cui il giorno successivo l’ho quasi letto in apnea riscontrando che gli argomenti trattati sono inerenti il Parco del Pollino, come era evidente, e l’economia calabrese. Insomma tutti cercano di trarre benefici da questa istituzione, mentre San Donato risulta essere un comune assai marginale. Cito i brani che più hanno lasciato un segnale martellante nella mia mente: -Novacco: un sogno che si avvera; III corso propedeutico alla formazione di accompagnatori di escursionismo; L’economia perduta della Calabria (le ferriere borboniche nel cuore delle serre: Mongiana).
NOVACCO è una località nel comune di Saracena, con una storia a cui oserei accostare la storia della nostra segheria, di contrada Pantano, che fino agli inizi anni 60 ricordo funzionante e con la teleferica che trasportava tronchi dai nostri boschi. A Novacco lo sviluppo è stato più importante, li arrivarono maestranze da tutta Italia e trovarono posto: stabilmente 500 persone e nei periodi di taglio circa 1000. Poi anche qui tutto è finito.

Il corso propedeutico alla formazione accompagnatori di escursionismo. Qui si parla di aver dato inizio alla formazione di professionisti per l’accompagnamento di gente che vuole evadere dalla routine quotidiana per immergersi in ambienti dove poter respirare, finalmente, a pieni polmoni ed ubriacare di aria buona il proprio organismo. San Donato ha il territorio su cui si può investire in questo senso a patto che ci sia a chi piace rischiare in questo tipo di attività.
L’economia perduta della Calabria. Le ferriere borboniche nelle cuore delle Serre: Mongiana. Al tempo dei Borboni la Calabria era una parte importante nell’economia industriale del regno di Napoli e Mongiana era un paese nato grazie alla sua ferriera (Nel 1771, l’otto marzo, sorge così, ex novo, sulle Serre, tra faggi e querce, Mongiana “921 m. slm”, su progetto dell’architetto Mario Goffredo, ecc.). Scomparsa la ferriera è scomparso anche Mongiana. Ciò per dire che ci sono zone della Calabria che offrirebbero buone prospettive di sfruttamento minerario del territorio a favore del settore primario dell’industria, ma nulla si fa nonostante l’economia di tutta Italia stia andando a rotoli. San Donato non è detto “la conca dei metalli”? Si parla di cinabro e quant’altro o no?
I punti appena marginalmente toccati potrebbero essere degli argomenti su cui riflettere per verificare se ci sono le condizioni per un riavviamento dell’economia del nostro paese. Potremmo partire con lo sfruttamento razionale dei nostri boschi, che con un taglio sistematico, secondo il ciclo naturale della vegetazione, e la lavorazione in loco del legname potrebbe dare sistemazione ad un po di gente e non in modo saltuario. Sicuramente non a migliaia di persone, come nella storia di Novacco, ma poche decine si potrebbe.
Continuiamo con gli accompagnatori per escursionisti che potrebbe essere un buon viatico per far decollare il turismo, per gli amanti della montagna, a patto che si verifichino alcune condizioni propedeutiche all’avvio del turismo a San Donato.
Quindi, se San Donato, minerariamente parlando, è quello che si racconta andando a scomodare anche alcune citazioni di eminenze grige del passato, anche remoto, si può provare a sollecitare il discorso minerario a livello Nazionale e verificare se è ancora il caso di sognare su queste nostre risorse oppure è il caso di dimenticarsene definitivamente come di fatto inesistenti. Ciò detto, va analizzata attentamente la situazione odierna di cui apparentemente tutti sappiamo ma la realtà vera è nota solo all’amministrazione comunale che conosce bene sia gli atti amministrativi e quindi la situazione economica che il dissesto territoriale. Io mi posso avventurare solo nel realizzare una sorta di elencazione di ciò che ho visto con i miei occhi nelle mie brevi ma intense visite distribuite nei mesi di luglio e agosto appena trascorsi. Era da tempo che volevo dedicare al mio paese di origine un minimo di attenzione, per la prima volta l’ho fatto l’anno scorso, in autunno, in occasione della sagra, e se tanto confortato sono rimasto dal susseguirsi degli eventi relativi al festeggiamento l’esatto contrario è stato per la visita ai luoghi che dovrebbero dare più lustro al centro capoluogo. Di quella visita le poche cose che hanno potuto suscitare l’ammirazione degli amici che avevo con me, sono state: il festeggiamento (come detto), la posizione in cui è posto il paese e il magnifico panorama che offre come punto di osservazione, l’altro non gliel’ho proprio mostrato visto lo stato in cui versava quella che in un certo senso ritengo il simbolo del paese, la chiesa della Motta. Levata la struttura della chiesa eretta in quella posizione ed il quadro della Madonna dell’Assunta che sembrerebbe di buon livello artistico, all’interno la chiesa è spoglia e sono accantonati, come li dimenticati, una campana lesionata e un confessionale tutto intarsiato ma anche tutto smembrato e assolutamente inservibile in quelle condizioni. Per andare alla chiesa della Santissima Trinità ho preso la strada esterna che “porta” ad Acquaformosa ed ho parcheggiato ad un centinaio di metri dalla chiesa, in un piccolo spiazzo, sotto il costone di Sant’Antonio. A metà strada tra il torrente e lo spiazzo il costone roccioso sta franando e per frenare l’evento è stata realizzata una palizzata, con rete e travi di sostegno metallici, che a dire il vero a me, in quel contesto, è sembrata solo una piuma d’oca. Speriamo che non si verifichi alcun evento che metta alla prova quella struttura. La Chiesa della Santissima Trinità, l’avevo vista altre volte in fase di ristrutturazione e non avevo mai dato peso a quello che c’era dentro. In questa occasione la struttura l’ho trovata in ordine, tutta ripitturata, bella luminosa ma troppo vuota per come la ricordo.
La struttura che si vede in fondo dietro all’attuale altare, io la ricordo all’interno del cappellone. Li in fondo ricordo un’ altro tipo di struttura, più avanzata come posizione e sormontava il vecchio altare che prevedeva il rito della Santa messa con l’officiante che volgeva le spalle ai fedeli. La struttura che stava prima era ridotta cosi male da non poter essere restaurata? Perché non è stata rimessa al suo posto? Ora, comunque, il cappellone è dotato di un piccolo altare e al suo interno sono stati portati alla luce: a sinistra una botola con all’ interno una spada e a destra lo stemma del duca Ametrano con delle incisioni. Il Cappellone così come la chiesa appaiono disadorni. Come luogo di preghiera è sicuramente adatta alle sue funzioni, mentre artisticamente, perdonate la mia incompetenza, non attrae affatto.
Ho visitato poi sia la Grotta di Sant’ Angelo che quella di San Vito. Che dire? Se sono parte della nostra storia, dobbiamo del rispetto anche a queste strutture pena la morte della memoria relativa alla storia dei nostri avi e di noi loro discendenti. A vederle da vicino non è quel che si dice un bel vedere.Durante la seconda visita, mi sono fatto accompagnare con la macchina fino nelle vicinanze sella chiesetta di Sant’Antonio e di li ho attraversato tutto il paese, quasi sempre sotto il costone, uscendo una prima volta poco oltre la chiesa della Santissima Trinità e successivamente passando alle spalle della casa comunale sono sbucato nei pressi dove una volta c’ èra il negozio di abbigliamento di Antonio Pucciani. È vero che nel paese ovunque tu vai non vedi altro che porte chiuse, ma lungo le stradine che ho percorso, dove da bambino ricordo tanta gente, lì c’è il nulla. Tutte porte chiuse e malridotte quando non scardinate. Nella strada, scendendo dalla SS/ma Trinità verso il Municipio, ricordo dei negozi tra cui u macellu i Ntonio i Rusanna. Ora è tutto sprancato, addirittura “u macellu” ha la porta che sta cadendo a pezzi. Insomma questo giro effettuato giorno sette agosto, mentre per il paese girava il nostro Santo patrono, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Una considerazione va fatta, non è solo l’amministrazione che deve impegnarsi per riportare la comunità a buoni livelli, anche la proprietà privata deve fare la sua parte per non far crollare le quattro mura che ha lasciato, chissà, potrebbe pentirsene e poi se fosse causa di danni a terzi anche il privato potrebbe essere chiamato a risarcire.
Una storia a se rappresenta tutto il settore viario territoriale. L’unica strada tenuta dignitosamente è la fondovalle con la continuazione che arriva fino al paese.
La vecchia provinciale che dal bivio porta alle contrade: ombrece, corticaro, alberimaritati/macellara/arcomano, San Lazzaro, vallo marino e ficara, porta evidenti i segni dell’abbandono.
La strada che porta a menzajuma (è stata costruita per i mezzi che hanno lavorato nel periodo di costruzione della galleria), ora, però, è ridotta proprio male eppure è vitale per i castagneti di quella zona e lo potrebbe essere anche ai fini di un rilancio turistico. Perché lasciarla languire,nel più completo abbandono?
La strada che “porta” dal rione Sant’ Antonio ad Acquaformosa è malridotta e interrotta, anche questa, non solo è vitale per i castagneti ma potrebbe rappresentare un avvicinamento ad Acquaformosa e a Lungro.
Ho lasciato da ultimo la strada che porta a piano di lanzo che non visitavo più dai primissimi anni duemila. L’ultima volta ci sono andato con i miei figli ed un mio nipote per effettuare una escursione di quattro ore sulle pendici che portano verso cozzo pellegrino, non siamo arrivati fin lassù, siamo arrivati però a dare uno sguardo sul tirreno e tutti abbiamo provato un emozione enorme per quello che la natura ha offerto ai nostri occhi, una vera varietà di spettacoli paesaggistici e soprattutto la possibilità di poter respirare a pieni polmoni. Siamo rientrati a piano di lanzo dopo circa sette ore, dove ci attendeva la nostra macchina con le provviste di cui eravamo forniti che sono servite, a quel punto, solo a stuzzicare il nostro appetito, perché per soddisfarlo completamente abbiamo dovuto chiedere soccorso ai ragazzi che gestivano il punto ristoro allora esistente. Oggi a piano di lanzo c’è il nulla e la strada che porta li sopra è assolutamente una corsa ad ostacoli. Solo la mia caparbietà non mi ha fatto rinunciare ad arrivare fin lassù. Ricordavo solo due punti dove c’erano problemi, comunque si transitava tranquillamente, ora i punti sono almeno cinque e creano problemi molto seri al transito anche di una macchina diesel di media cilindrata. E comunque arrivati fin lassù di consolante c’è stata solo l’acqua che sgorgava dalla fontana, limpida, abbondante e tanto fresca, poiché i signori che sono andati a trascorrere il ferragosto in quel luogo hanno pensato bene di lasciare la loro impronta, sporcizia da per tutto.
La visita a piano di lanzo l’ho effettuata in buona compagnia, con la mia famiglia al completo, mia nuora e i miei consuoceri che provengono da una delle città più pulite d’Italia (Forlì) e francamente percorrere quella strada e trovare al rifugio tutta quella rumenta è stato come se qualcuno mi avesse sferrato un pugno in pieno stomaco, senza contare la figuraccia.
Chiudo nella speranza che tutti gli addetti ai lavori si rimbocchino le maniche per cercare una soluzione ai tanti problemi che affliggono territorio e comunità, così come spero che tutta la popolazione si stringa attorno ad essi per risolverli quei problemi. Oggi dobbiamo avere piena coscienza del fatto che non siamo in condizione di poter fare “sciacqua Rosa e bivi Gnesa”, se si vuole raddrizzare la baracca c’è da sudare lavorando sodo e stringere la cinghia, ma tutti!
Queste pagine le ho scritte forse per ribadire ancora una volta l’affetto che mi lega alle mie radici, eppure oramai lì conosco poche persone!
Sinceramente! Giovanni Benincasa

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