Set 14

COME ERAVAMO…”Ntoniu u granni”

 Minucciu ci scrive…

Quando protagonista è …”Ntoniu u granni”

 “Zia Falivetta”, così soprannominata fra di noi ragazzi, era una persona anziana, piccola, rotondetta, una delle poche donne che ancora indossava il costume nero “paesano” e la cui occupazione giornaliera era, principalmente, impicciarsi degli affari altrui, in particolare quelli dei ragazzi che giocavano nelle piazzette intorno “aru vicinanzu”.

Falivetta era senza misericordia, bastava udisse dei passi, una voce, un rumore per precipitarsi sulla “menzaporta” di casa dalla quale scrutava e valutava la situazione per poi decidere come intervenire.

Falivetta era un soprannome e non ricordo chi glielo aveva appioppato e per quale motivo.

Prima di continuare la narrazione è bene fare delle precisazioni. Garantisco veridicità ed autenticità dei fatti narrati ma, essendo nato, cresciuto e pasciuto in San Donato, conosco bene il senso e la misura della “dignità” personale e familiare dei miei compaesani, peraltro facili alla querela.

Pertanto le persone protagoniste delle vicende narrate, verranno indicate col solo nome e nessun altro particolare verrà rivelato per evitarne l’individuazione e l’identificazione. A qualcuno che dovesse riconoscersi protagonista di qualche episodio, lascio la facoltà di rivelarsi.

Lo scrivere é per me un passatempo piacevole, non deve imbarcarmi in polemiche e vicende sgradevoli.

Nella “ghenga” della quale facevo parte “militavano” tre ragazzi di nome Antonio. Per distinguerli si usava l’agnome che individuava la famiglia d’appartenenza; in questo racconto useremo gli appellativi “granni” “minzanu” e “ ninnu”.

Ntoniu u granni l’ho avuto compagno di scuola in terza elementare, classe che ripeteva per la seconda volta. Aveva tre anni più di me ma non disdegnava “attrupparsi” e giocare con noi e destava ammirazione per le capacità che possedeva. Era un asso con la fionda ed a tirare “mazzacani”; non sbagliava un colpo giocando “ara cavicchiula”. S’arrampicava come uno scoiattolo per controllare nidi o raccogliere frutta (è da lui che ho appreso l’arte di salire discendere rapidamente dai ciliegi).Aveva uno spiccato senso dell’umorismo e stupiva per le battute fulminanti.di cui era capace. Di contro sembrava che non avesse né molto cervello, né alcun senso della misura e dell’opportunità.Durante le frequenti liti fra ragazzi, lo definivamo “ tamarru, ciuotu i fora, menzacapu” perché aveva un modo tutto suo di ragionare, che effettivamente tanto normale non era. A scuola era una pena in tutte le materie; ma straordinario in aritmetica, veloce e preciso nei calcoli. Ripetente nelle prime classi,l’unica soddisfazione dalla scuola Ntoniu se l’è presa andando alla lavagna ed operando con i numeri.

‘Ntoniu u granni era la vittima preferita di zia Falivetta che sembrava averlo preso di mira; lo accusava d’ogni nefandezza e gli attribuiva qualsiasi colpa.Come era solita agire, fermò il padre e riferì della “riprovevole” condotta di Ntoniu, a suo dire arruolato permanentemente nella “liggera”.

Pagato il “conto” al padre, Ntoniu, alla prima intromissione di zia Falivetta nelle questioni della “ghenga” le chiese: “Sapiti cucinà”;ed alla risposta affermativa disse “ Allura quannu bba faciti na tiganata i cazzi vuosti, ammacaru ccù dui pipazzi cruoschi?”

Ntoniu rivolgendosi in quel modo alla vecchietta, aveva infranto più tabù. All’epoca il rispetto per le persone anziane era massimo e la mancanza di rispetto colpa grave.

Zia Falivetta, che non si aspettava quest’atteggiamento (Ntoniu era in apparenza mite), rimase interdetta, le si blocco il respiro, diventò bianca; si afflosciò come un cencio.Non ebbe nemmeno la forza di pronunciare le due solite frasi: “ maladucatu e “ ù dicu a pàrta” e trascinando i piedi si ritirò in casa.

L’episodio fu risaputo e con reazioni diverse.Fra le “vittime” di zia Falivetta, la “popolarità” di Ntoniu salì di molto. I “benpensanti sinni su fatti gabbu”. I più giovani della battuta, ne fecero uso ed abuso.

Ntoniu, non manifestava antipatie.Aveva però “puntato” una donna, con marito più anziano la quale talvolta straparlava. Un giorno, non avendo sentore che Ntoniu u granni era nei dintorni, s’era lasciata scappare commenti poco lusinghieri. Punto sul vivo ed offeso, il nostro, non reagì nell’immediato, come era solito fare. Giurò di fargliela pagare ed iniziò a frequentare più spesso il quartiere, con la scusa di visitare un anziano parente.

Un pomeriggio d’estate la sposa, parlando con una vicina, annunciò che per cena avrebbe preparato “siccùmi i milingiani”. Ntoniu, approfittò della circostanza e, con “la delicatezza e la classe” che lo distinguevano, ed adoperando un tono di voce udibile anche ai sordi, rispose: “Si vidi cca si ricogghidi u maritu”. Al momento la sposa non colse  la “abbanuta” ma le vicine sì, perché, data la differenza d’età fra gli sposi, il “siccumi”, associato alla “milingiana”, aveva tutt’altro riferimento che quello culinario.

A causa dei risolini nel vicinato, a malapena soffocati dietro “menziporti” e “muccaturi”, sebbene in ritardo, anche la sposa realizzò il senso compiuto della battuta di Ntoniu. Meditò vendetta ed attese che abbandonasse la casa del parente per scagliargli contro una secchiata d’acqua.

Con improvvisa presenza di spirito, Ntoniu gridò all’indirizzo della sposa: “Masi fattu nù piaciri ppicchì fa cavudu, ma ss’acqua a putiàsi gusà o ppi tti lavà i mazzaccari, o ppì ccì minti a jntu assirivigghià a milingiana siccata i quiru fissa i maritutta”. La risata nel vicinato stavolta scoppiò fragorosa e successivamente gli sfottò all’improvvida sposa non si contarono.

In altra occasione “Ntoniu u granni”, fornì prova della sua abilità nell’imitare il verso degli animali. Nelle sere estive, specie nelle prime ore serali, quando era troppo caldo per giocare si era soliti girare per il paese e quando capitava, ascoltare i discorsi che trapelavano, attraverso o finestre tenute aperte.

Una sera, casualmente, assistemmo ad una vivace discussione fra coniugi, causata da una richiesta di matrimonio per la zitella di casa, accolta favorevolmente dal capofamiglia e rifiutata dalla ragazza, in questo spalleggiata dalla mamma alle quali il candidato “non piaciadi”.

Ad un certo punto, spazientito e forse un po’ brillo, il genitore disse:”Cuntinuati a dì sempi i no e pua bbi cacciati i posci a mmienzu i gammi”. Al chè la madre ribadì:“Primu i dà figghiatta a quissu, a mintu ara finestra e ddha fazzu pinnulià a l’avuciieddhi”.

Ntoniu non si lasciò scappare l’occasione e sotto le finestre della famiglia in questione, iniziò a modulare tutti i versi degli uccelli che conosceva. Nella casa, silenzio improvviso ed istantaneo affaccio del padre-padrone, il quale, constatato che l’autore dello sfotto era poco più di un ragazzino, non meno spiritoso i Ntoniu disse, “Sciddhiceddha i galera, crisci ca fra na dicina d’anni nni parlamu

Il nostro “forte apache” era “u vagghiu”, luogo d’interminabili giochi e di fughe repentine quando il tono di voce superava la soglia tollerata e causava l’intervento della baronessa, con rimproveri, oppure degli altri residenti, con abbondanti lanci di “vacili d’acqua”.

Altro luogo di giochi era “a chiazza nnanti u jujulu” ma qui bisognava stare allerta perché “ziu Binignu” sequestrava tutto quello che riteneva pericoloso per l’incolumità di passanti, vetri alle finestre, lampadine della pubblica illuminazione,ossia gli oggetti di gioco quali palle, palloni e “cavicchiiuli”.

D’estate era uso giocare col “carburo”, materiale fossile che, a contatto con l’acqua, sviluppava gas infiammabile. Posto in appositi recipienti poteva essere sfruttato “ppì ffà luci” in sostituzione dell’elettricità.

Le generazioni precedenti avevano scoperto le potenzialità esplosive del carburo e ci avevano trasmesso detto “sapere”. Nello spiazzo davanti al“vagghiu” e nelle ore consentite, era un susseguirsi di scoppi e talvolta, gli adulti, presenti nelle botteghe vicine od appoggiati al muretto, avevano funzioni di giudice per determinare i lanci più alti.

Dopo aver forato un barattolo di pomodoro, scavata una buca, inumidito il terreno, si poneva il barattolo a tappo della buca nella quale era stata lasciata una “pietra” del carburo comprato, dopo una colletta, presso la bottega di “Ziu Vicinzino i suorici”. Pressato leggermente il terreno attorno al “missile”, con una canna od un giornale arrotolato, sdraiati sul terreno, si avvicinava la fiamma e si provocava uno scoppio che spediva in aria il barattolo.

La preparazione della buca ed il lancio si facevano a turno. Ntoniu esagerava o con l’acqua o con la pressatura della terra ed i suoi barattoli non esplodevano quasi mai: Non ascoltava consigli. “Vuogghiu sbaglia sulu” ci diceva.

Un pomeriggio, dopo aver invano consumato un intero foglio di giornale, si alzò da terra e, come agiva sempre quando il lancio falliva, si avvicinò al barattolo, incurante dei nostri richiami. Appena chinato, per verificare, il barattolo, bastardo come sempre, stavolta partì e Ntoniu lo ricevette in pieno volto. Cadde “araddalmersa” e restò immobile a braccia larghe. Era una maschera di terra e sul muso, sanguinante, aveva impresso il cerchio del barattolo.Col cinismo tipico di quella età (8/12 anni), invece di soccorrerlo, scoppiammo a ridere ed a prenderlo in giro. Non ce la perdonò e successivamente, qualsiasi accenno alla vicenda,si concludeva con liti e bronci reciproci.

“Jucà ara cavicchiula” per le stradine e le piazzette del paese, non era consentito e “Ziu Binignu” di detta regola era il “feroce custode”. In genere sbucava “arantrasatta” da qualche angolo o vicolo e sequestrava   solo “ u piruozzulu” perché “u vetti”, seguiva nella fuga il battitore di turno.

“Nnanti u “jujulu”, piazzetta a pochi passi dal municipio, praticare qualsiasi gioco significava voler sfidare la sorte. Per Ntoniu, questo, era un particolare trascurabile. Un giorno volle giocare proprio” aru jujulu”ed il “piruozzulu” finì davanti alla porta del comune dove il nostro si diresse per dare il colpo successivo. Chino e pronto alla battuta, non s’accorse che dietro la porta c’era ziu Binignu che, afferratolo per la cintola, lo sollevò e gli prese “vetti” e piruozzulu”, cosa mai successa prima a memoria d’uomo, anzi di ragazzo.

Dopo averlo scrollato per bene ed avergliene dette quattro, ziu Binignu mollò Ntoniu che, di fronte a tutta la “ghenga” aveva fatto “ a figura do fissa”. Farsi sequestrare “u vetti” era considerata cosa grave e causa di sfottò per gli anni a venire.

A fine primavera, più“ghenghe” si ritrovavano nella zona del Croccano o della Pantana e preparavano, nel letto del torrente, gli sbarramenti atti a creare le pozze ove fare il bagno durante la calura estiva.

Nell’estate del 1953 eravamo alla pozza del “Croccano” e dopo esserci bagnati c’eravamo sdraiati sui sassi completamente nudi. Dopo un po’ “Ntoniu u minzanu” si allontanò con altri due ragazzi, per andare a cercare frutta e bacche da mettere sotto i denti.

Ntoniu u granni si era addormentato al sole “vuccusutta” e non s’accorse che i tre erano tornati con un “saittuni”, ucciso da loro o trovato gia morto. Ci fecero segno di stare zitti e pian pianino si avvicinarono e depositarono il “cadavere” sulla schiena del dormiente, fra “cudiceddha e grimpi”. Cadere il serpente e veder schizzare Ntoniu in piedi fu tutt’uno. Quando realizzò cosa era successo, nudo, spaventato a morte ed ululando, prese a correre in direzione prima “do fuossu” e poi verso “u cummientu”, dove si accoccolò ai piedi di un castagno, tremolando e con la bava alla bocca.

Mentre gli autori della bastardata prudentemente si allontanavano verso S. Antonio, il resto della compagnia andò a recuperare il povero “Ntoniu” e dopo averlo rivestito, lo riportò a casa, dove restò qualche giorno a letto, febbricitante.

Appena ripresosi, pretese di sapere chi aveva materialmente gli aveva messo addosso il serpente. Per un bel pezzo “Ntoniu u minzanu” si fece vedere poco in giro e se usciva di casa era accompagnato da un parente adulto, perché “Ntoniu u granni”benché solo tredicenne, girava con un coltello in tasca deciso a scannarlo.

Il “saittuni” e ciò che ne seguì, fece perdere in maniera definitiva, il prestigio di cui Ntoniu u granni godeva all’interno della “ghenga”. Non la perdonò mai né agli autori materiali del gesto né al resto della compagnia che, non impedendo lo scherzo e non avvertendolo in tempo, a suo modo di vedere, era stata complice.

Nell’autunno dello stesso anno, il nucleo familiare di “Ntoniu u granni”, come tanti altri, emigrò. Non ho più avuto sue notizie e che io sappia, non è più tornato il paese. Mi dispiace per il modo astioso con cui è finito un sodalizio, mai più ricostituito, anche per mancanza di coetanei le cui famiglie, per garantirsi e garantire ai figli un futuro migliore, furono costrette all’emigrazione e sradicate dal tessuto sociale sandonatese.

Settembre 2011

                                                                                  Minucciu.

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