Set 01

Una “lettera”…..vecchia di due secoli.

La redazione & Minucciu …

Una “lettera”…..vecchia di due secoli.
Primavera del 1969, frontiera Italia –Svizzera. Sono in auto, in fila, in attesa di controllo. Intravedo un coetaneo, in uniforme da finanziere mi avvicino e lo riconosco, è di San Sosti e da ragazzo ha giocato nella squadra di calcio del suo paese.
Ha nulla da dichiarare?“Patende e libbretto”; da queste due ultime parole capisco che è calabrese e della mia zona. Gli consegno i documenti e quando me li restituisce chiedo al giovanotto se è calabrese. Mi risponde con un tondo “sono italiano”. Ribatto “puru ghia, ma primu i tutto santunatisi”.Sgommo e lo pianto li senza dargli il tempo di ribadire.
Questo episodio mi ha fatto constatare quali danni può provocare l’allontanamento, volontario o forzato, dal proprio ambiente.
Un “popolo” si identifica con la sua storia e con la capacità di custodirla, conservarla e tramandarla. La “storia” che intendo io alberga nella lingua, nella memoria collettiva, nella tradizione, in quella che è appunto la “cultura di un popolo”.
Ritengo che è durante l’infanzia e l’adolescenza che si radicano gli elementi distintivi quali lingua, usi, costumi, tradizioni, regole, obblighi.
Veicolo per tali elementi distintivi è la trasmissione della propria “cultura” alle generazioni future, mediante la scrittura e il racconto orale.
Nel“popolo sandonatese”, quale bagaglio di conoscenze le generazioni passate hanno lasciato ad uso e consumo di quelle future?
Ho avuto modo di comunicare a chi “regge le sorti” del giornale interattivo di San Donato, che l’identità sandonatese si va perdendo causa:dell’emigrazione, dell’assenza di documenti scritti dovuta a disinteresse delle generazioni passate; ed alla scomparsa della forma verbale (racconto) di trasmissione delle tradizioni.
Ritengo che, per mantenere quell’identità, in assenza di documenti scritti, occorra “dissetarsi” presso le fonti che individuo nella permanenza e crescita nel luogo d’origine, oppure nella frequentazione degli ultimi custodi delle tradizioni. L’unico mezzo per acquisire quelle conoscenze che concorrono a “formare un’identità” consiste nell’ascoltare i discorsi, le storie, i racconti, i componimenti dialettali delle persone più anziane.
Per i sandonatesi della mia generazione, detta “istruzione” avveniva generalmente di sera (le giornate erano troppo preziose da essere sprecate in attività che non portavano “utile in casa”). Se clima e temperature lo consentivano, era uso riunirsi in gruppi di vicinato e mentre si svolgevano le “attività minute” (cùsi, ricamà, guncinettu, maglia, scruocchiulio di fasuoli, pisiddhi, favi) si raccontavano aneddoti, vicende di vita vissuta, propria o di altri, episodi ironici o drammatici, fatti e fatterelli, remoti e/o recenti, riguardanti vicende pubbliche e private. Nel periodo invernale invece si “jadi a spustà” presso l’abitazione di conoscenti ai quali, per consuetudine, si recapitava, utilità, da condividere. Per alimentare “ a furneddha do fucularu” della casa ospite, si andava a tagliare “toppe” (pezzi di ceppaie secche di castagno o faggio)
Queste usanze permettevano al “quatraru” di arricchire il proprio bagaglio “culturale” ed avere conoscenze strumenti e nozioni per un dignitoso ingresso nella “società paesana”.
Oltre l’episodio narrato all’inizio, mi ha spinto a scrivere sull’argomento la mia partecipazione ad un matrimonio “paesano” ove ho discusso con giovani della 2° e 3° generazione rispetto la mia, i quali hanno mostrato una conoscenza approssimativa di usi, costumi, tradizioni e “lingua degli avi”. Detti ragazzi, pur essendosi “abbeverati” al sapere di genitori e parenti più anziani, per scarsa frequentazione hanno perso pronuncia e significato di buona parte del dialetto.Mi hanno chiesto del “dialetto antico” ed ho detto  vocaboli che nella mia infanzia erano d’uso quotidiano quali: ar’addalmersa, pirucca, ji i pinnino, ji a capadiertu, mazzacani, lamparunata, piddhizzuni, gabbu, pirramata, apprettu, ammitieri, mannarinu pià pilu,. Nessuno ha dato la risposta esatta ed hanno lamentato l’assenza di fonti scritte cui attingere,.
In assenza di “bibliografia paesana” ho voluto verificare quale e quanta “letteratura” aveva avuto come soggetto San Donato, la sua popolazione, gli usi, i costumi, le tradizioni ecc.
A parte il rag, Raffaele  Bisignani ed il dr. Vincenzo Monaco, che hanno pubblicato e tramandato frammenti di vita e di storia paesana, non ho rintracciato altri autori che, in maniera più organica ed esaustiva, abbiano trattato storia, tradizioni, usi e costumi, fatti e vicende del paese, soprattutto nelle epoche passate, (18° e 19° secolo) quando i “letterati” sandonatesi erano espressione delle classi abbienti e/o dirigenti, delle libere professioni o del clero.
Qualche accenno alle condizioni socio-economiche-culturali della zona le ho rinvenute in pubblicazioni di: 1)-Cesare Lombroso (in Calabria 1862/1897) ove l’autore descrive usi, costumi, tradizioni, vita del popolo minuto, elementi comuni alla popolazione della Calabria E’ quasi un censimento generale ed una statistica socio/economica/demografica/sanitaria. L’unico cenno a San Donato e Policastrello, il Lombroso lo fa quando tratta delle malattie. perché nella zona era endemico il gozzo.
2)-Teodoro Cedraro ( Ricerche storiche etimologiche su mille voci e frasi del dialetto calabro-lucano- 1885) nel quale ho ritrovato pari pari i vocaboli della “lingua sandonatese”, alcuni dei quali dimenticati e taluni raramente sentiti.. Il Cedraro, sacerdote illuminato probabilmente originario di Mormanno, ha ritenuto meritevole di studio e approfondimento (per ogni vocabolo vi sono i richiami all’origine greco/latina) “la lingua” parlata, con differenze trascurabili, in tutta la Calabria citra, zona comprendente le terre di San Donato.

3)-Vincenzo Padula (1819-1893), ”Calabria prima e dopo l’Unità”, a cura di Attilio Marinari Trattasi della pubblicazione di un carteggio a suo tempo raccolto parzialmente elaborato dal Padula con l’intenzione di ricavarne una specie di enciclopedia della Calabria cosentina nella quale elaborare tutti i dati che l’autore, sacerdote, originario di Acri, aveva raccolto inviando, in tutti i paesi della attuale provincia di Cosenza, complessi formulari a colleghi, amici, famiglie di maggiorenti, ed a tutte le persone dalla quali riteneva potesse ricevere notizie utili per la sua ricerca.

E’ forse l’opera più interessante per il nostro scopo. San Donato è spesso citato e non sempre in maniera elogiativa. Della circostanza non attribuisco la responsabilità al Padula ma a chi da San Donato ha fornito notizie ed informazioni a volte diffamatorie.
Specifico che la pubblicazione non è organica ed i fatti non hanno “consecuzio”; le annotazioni sono in ordine sparso così come le notizie sui paesi.
Entrando nel particolare, dal Padula apprendiamo che:
-San Donato nel XII secolo era sede di un convento basiliano;
-per devozione era uso confezionare la cinta (laccio rivestito di cera vergine col quale si cingeva il paese) che i fedeli di san Donato andavano poi ad offrire alla Madonna del Monte in Acquaformosa: Dopo essere stata baciata dai fedeli, la cinta veniva tagliata in pezzi ed offerta al popolo.
-in paese vi erano molte “bizzoche” grazie al parroco Giannuzzi [forse Iannuzzi ndr] e che erano divise in sètte essendovi anche il partito del prete Gravina;
-le sandonatesi probabilmente non “andavano a giornata” fuori dal paese; chi ha corrisposto col Padula ha scritto: “Non sanno uscire. Lavorano paglie, crini, raffe. Usano la paglia di segala, perché lunga e alta. 2 soldi l’uno, poi i mariti girano le fiere”
-del costume, inteso come vestito, abbiamo la seguente descrizione:
a)Policastrello: Mezze calze bianche, cammisola rossa, pettiglia di magramma, sinale. Maniche blu staccate, panno rosso in capo. Nulla distinzione fra zitella e maritata, tranne l’oro.Le povere portano gonne nere di ginestra;
b)San Donato: [si presume che i capi ripetano quelli di Policastrello ndr] Tutto nero, petto mezzo scoperto con larghi merletti; panno orlato di celeste in capo; fornende (tovagliolo); vantere: non intrecciatoio. Le donne hanno del caprio, s’arrampicano sugli alberi più alti;
-terreni sterili: senza le castagne e le patate morrebbero di fame (questa annotazione e del settore agricoltura ndr),
-in San Donato, vino dolcissimo (annotazione su vignieri e guardiani ndr);
-La Calva col capo nudo; nel resto alberato di elci e di faggi; e nel versante occidentale della Mula la contrada Cancello: virgulti; frassini, impenetrabile nido di briganti. Tra Calva e Mula, immensa vallata di faggi ed abeti (boschi e pascoli ndr);
-Policastrello: ottimi formaggi (pecorai ndr);
-In San Donato copiosi faghi e cerri (persone che lavorano i boschi ndr);
-San Donato; -ardono teda, o scamuccio [pianta resinosa ndr].Vi è lentisco,massime in Catarno, ma non sanno estrarlo;( i tedari ndr)
-San Donato–sorgente di vetriolo nella Pietra Sellata; (acque minerali e termali ndr)
-San Donato -sale nella montagna Tavolara, monte comune ad Acquaformosa, Verbicaro, Orsomarzo, Mormanno e Lungo; ( sale e salinari ndr)
-San Donato – fillade ruginosa, creduta pirite aurifera; cinabro o sulfuro di mercurio; pirite di ferro, utile a farne vetriolo e ricavarne lo zolfo. Limonite o ferro ossidato. Se ne può trarre il ferro. Argento e rame; Al 1701 alcuni (Gaetano Boccia, Giuseppe Martelli e Nicola Fera ndr.) ottennero in feudo le miniere di San Donato, di scavare fino alla circonferenza di 20 miglia. Se ne prese possesso a maggio 1705. Saggi felici. Da 3 cantaia e 30 rotoli si ottennero 67 libbre e ½ di rame perfettissimo. L’anno appresso si scopersero 2 grotte e nel dicembre si aprì la fonderia. Per più anni vi lavorarono 100 forzati sotto la sorveglianza di Austriaci. Era direttore un Jusquall. Si ottennero oro, argento, mercurio, rame, cinabro. Si lavorò fino al 1736; e si cessò pei rivolgimenti politici, l’infedeltà degli impiegati e l’ingordigia del Duca di San Donato.(pietre e minerali ndr)
-San Donato, nessuno male venereo (malattie ndr)
Nel capitolo “posizione dei paesi e terremoti” San Donato ha due citazioni similari:
-San Donato ha sito inaccessibile, e ‘l terreno frana; ed ha chiesto invano al governo di mutar luogo; (p.256 vol.II°);
-San Donato ha sito inaccessibile,sopra rupi che franano, e invano ha chiesto di cangiar sito; (p. 266 vol II°)
Nell’appendice prima – Distretto di Castrovillari-Vallo dell’Esaro (p.361 vol.II°) abbiamo per la prima volta una descrizione più corposa del nostro paese:
-Monti (dipendenze del Mula). Carruosu, Crista, Vuccalacava, Calva, più alta del Mula: la cima nuda,bianca, e pare intonacata. Vi si volea dal Borbone mettere un telegrafo; ma chi potè resistervi? Di li si scovre Palinuro,. La Calva è un cono tagliato, alberato di elci e faggi: in cima neppure erba. Alle sue falde sono le grotte di Farace (1)=gouffre, di Furbiu(2)=che serve alla pastura dei greggi. E’ piena di lupi, ch’entrano in paese.
Grotta. S. Angelo a piè della contrada Legghiastru. Era un eremitaggio. Fondo oscuro con acqua freddissima.
Pietra della Donna Bedda. Fuggì dal barone, e vi si precipitò.
Filatrici. Non sanno cucire. Lavorano paglie, crivi, cuffe. Usano la paglia di segala, perché lunga e alta. 2 soldi l’uno. Poi i mariti girano le fiere.
Vesti. Uomini: tutti neri, cervone,e calze bianche. –Le zaricchie sono le cabortine, di cui Polluce dà l’invenzione ai Carii,
Ingiuria. Castagnari e pistillari.
Giochi. Schiattignole; castagnette, crotali.
(1 e 2) L’autore trascrive in greco antico il vocabolo e ne da il significato. Non ho a disposizione una tastiera greco antico per cui nel presente testo vi è un’omissione: Me ne scuso.
Preciso che ho volutamente evitato di “elaborare” gli scritti del Padula proprio per dare al lettore la possibilità di gustare la sintesi del testo.ed elaborare le notizie frammentarie che giungono dal passato, utilizzando le cognizioni possedute sulla ”storia di San Donato”.
Fra gli autori non ho citato Don Vincenzo Caroprese, scrittore, poeta, autore di preziose memorie su San Donato. Alla sua morte i familiari hanno trasferito tutta la sua produzione letteraria in quel di Grosseto ove dimoravano e non ho notizie che detto materiale, a mio parere prezioso, abbia avuto pubblicazione.
Rivolgo un appello a tutti i paesani in grado di fornire aiuto ed indicazioni ed agli amministratori comunali perché si attivino e contattino gli eredi Caroprese in modo che venga rintracciata, catalogata e possibilmente resa pubblica, la produzione di un personaggio di cultura ed ironia straordinarie.

Settembre 2011-

Minucciu

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