Set 01

Secondo voi cosa fanno i Marinai…Sandonatesi ?

La redazione é G.Benincasa

Tre o quattro persone del nostro paese sono stati marinai…omaggio  a questi amici paesani particolari…!!
 Il giorno 1 aprile 1986 alle ore 4.30 partiamo da Taranto. Destinazione Sardegna. Ci aspetta un’esercitazione di lancio di missili.
L’apertura del ponte girevole, l’ultimo bagno di folla, parenti ed amici che vorrebbero allungare le proprie braccia sporgendosi dal lungomare, per arrivare sulla nave e darci un’ulteriore carezza, un altro segno di affetto da portare con noi durante la navigazione. Silenzio. Solo il suono della superficie del mare infranta dalla prua della nave. Spuma bianca che emerge dalla notte ancora presente sulle nostre teste.
Il nuovo giorno non ha ancora preso il sopravvento sulla tiepida notte primaverile. Il profumo della salsedine che inala le nostre anime. La speranza che i giorni che ci separano dalla famiglia passino in fretta. La consapevolezza di voler godere dei prossimi giorni a venire quale dono di Dio. La tristezza della vita che ci passa addosso nell’attesa di un giorno che arriverà: il giorno dell’abbraccio con la propria moglie e i figli. La vita del ‘marinaio’ è questa.
Quanti ‘marinai’ ci sono nel mondo? Penso che siamo tutti marinai. Viviamo nell’attesa di godere un momento, o meglio sopravviviamo, ci tuffiamo in apnea; giorni e giorni per poi esultare di gioia, per creare l’attimo. Tutto ciò per i più fortunati! E il Signore me ne ha data tanta di fortuna.
oramai l’isola di S.Pietro e quella di S.Paolo che si ergono a vigilanti della città di Taranto, orgogliosi, nel mezzo del Mar Grande, sono alle nostre spalle. La poppa del Caio Duilio, ammiraglia della flotta navale di Taranto, quasi con beffa, con aria di stizza, presuntuosa volge le spalle al nostro mondo. Siamo tutti pronti per questo altro sacrificio.
Dopo una rapida esercitazione del personale militare, il giorno 3 aprile siamo diretti a Napoli. Il programma prevede l’arrivo per il 4 mattina; rifornimenti, sosta fino al 7 e finalmente ritorno a casa per il 9. Durante la sosta a Napoli occorre preparare un pranzo di rappresentanza per il Presidente della Repubblica e il suo seguito, compreso il Ministro della Difesa Spadolini e il Capo di Stato Maggiore della Marina.
Quanta gente ha mangiato nella mia mensa! Italiani e stranieri, potenti, militari di leva, ufficiali; pranzi, cene, colazioni, panini. Quanti panini, quanti militari! Tanti ragazzi, tante vite, tante storie. Tutti figli miei. Ognuno di loro mi ricordano i bambini che ho lasciato a casa.
Fino al 5 mattina il programma viene rispettato; inaspettatamente la sera arriva l’ordine di partire alla volta di Augusta per sostarvi due giorni, il tempo di imbarcare un missile da trasferire a Taranto.
Giungiamo ad Augusta il 6 mattina. Attracchiamo alla banchina Nato per caricare a bordo il missile; alle 13 inizia l’imbarco.
Ma ecco che una voce serpeggia tra le fila: i missili da imbarcare sono 20 e non 1. Poichè la nave ha gia’ 18 missili, dopo l’operazione ne avrebbe contato ben 38.
la perplessità è fortissima. Ci chiediamo cosa avremmo dovuto fare con tutti quei missili. Io, in 23 anni di imbarco su questa nave, non ho mai visto un carico cosi’ numeroso di missili. Una volta ne avevamo 15.
Veniamo tranquillizzati. I missili devono essere tradotti a Taranto sul Vittorio Veneto. La tensione e l’agitazione si placano; i nostri cari li avremmo abbracciati al più presto.
Le ore passano. I missili continuano lentamente ad entrare a bordo. Sono le 19.30. Terminata la cena, come faccio spesso con il mio amico Giovanni, ci rechiamo in coperta per riposarci e prendere un po’ di aria vera. Notiamo cosi’ la presenza di 2 portaerei americane nei pressi della nostra nave. Pensiamo allora ad un pattugliamento del Mediterraneo dovuto all’ascesa della crisi degli Stati Uniti con Gheddafi.
Alle 20.30 sulla nostra banchina di ormeggio arrivano 2 camion a rimorchio carichi di viveri; ed ecco anche 2 elicotteri che trasportano viveri sulle loro navi.
Alle 21.15 l’ordine della partenza. Chi dice alla volta di Taranto, chi verso Lampedusa. C’è molta confusione, tale da rimanere storditi. Il mio amico Giovanni mi suggerisce di andare via, di partire per Taranto perchè ormai la guerra in Libia sarebbe stata cosa sicura. Io sono un operaio cuoco civile e non militare; non sono soggetto ad obblighi militari. Ma non avrei mai lasciato il mio posto di lavoro.
Non gli ho voluto credere; è solo un problema degli Americani e non nostro. Noi saremmo tornati a casa.
Nel frattempo la nostra nave prende il largo, non sappiamo ancora la destinazione. Rientriamo sotto coperta e cominciamo ad informarci, a mettere con le spalle al muro i nostri responsabili. Cosi’ i dubbi diventano certezza. Ciò che avremmo voluto non fosse, accade. La nostra nave, il Caio Duilio deve pattugliare il Mediterraneo e proteggere l’isola di Lampedusa.
L’indomani siamo nella zona di pattugliamento; notiamo a vista la presenza di altre unità navali provenienti da Taranto e La Spezia: siamo adesso una decina.
E’ chiaro che il disagio avanza e l’angoscia per il caso aumenta. In questi momenti non si pensa ad altro: come comunicare con le nostre famiglie? Come dire loro che non possiamo più rientrare a Taranto. Non esistono più mezzi di comunicazione con loro, con il resto del inondo: siamo entrati nel ‘piano di guerra’.
Il Comandante cerca di renderci tranquilli dicendoci che tutto si sarebbe risolto in pochi giorni.
In base al piano di guerra predisposto dall’Ammiraglio Castelletti, le navi si dividono le zone e i tempi del pattugliamento. Si alternano 5 navi in mare e 5 navi nel porto di Augusta. A noi tocca il primo turno di 15 giorni in mare, nella zona più pericolosa tra Lampedusa e Tunisi.
Le giornate trascorrono uguali a se stesse con la paura nell’aria. La paura di qualcosa che non si conosce.
La sera del 15 aprile, alle 17.30, sentiamo suonare il primo grado di approntamento: e’ allarme rosso.
Non ho mai vissuto momenti simili. Nessuno comprende e si rende conto appieno della situazione. Ma quando vediamo le armi pronte a sparare e i missili in attesa di lancio il dramma ci appare interamente.
Intanto dal comando arriva l’ordine di indossare il giubbotto salvagente e di raggiungere il proprio posto di combattimento. Non pensavo che all’età di 58 anni potesse accadere una cosa simile, tanto più che non sono militare. Ed allora visto che dovevo eseguire gli ordini e salvare la mia pelle … ho riempito le borracce in dotazione al giubbotto… col vino. Almeno in mare mi sarei consolato di più, giacchè di acqua ne avrei avuta tanta.
Occorre sapere che non esiste uno speaker durante questi avvenimenti, questo non è un film che vedi comodamente seduto in poltrona con un bicchiere di cognac in mano; nessuno ti spiega, nessuno giustifica, nessuno relaziona. Sono solo voci che circolano. E poi, si possono fare tante esercitazioni, ma la realtà è un’altra cosa. La realtà non la puoi simulare e prevedere. La freddezza, la professionalità non sono certo proprietà ben distinguibili in questi momenti.
Cosi’, bardati da provetti naufraghi, riusciamo a sapere che la Libia di Gheddafi ha lanciato due missili a lunga gittata verso l’Italia e che questi hanno raggiunto l’obiettivo a 2 miglia di distanza da noi, verso l’isola di Lampedusa. Il caos e l’eccitazione è indescrivibile; l’angoscia ci assale. Siamo in guerra.
Gli ordini di attacco e i contrordini si seguono freneticamente.
I secondi trascorrono lenti, carichi di gran paura. Io ne ho tanta. Imploro il Caro Sisgnore e il Santo cui sono devoto, Gabriele dell’Addolorata. In quel momento avverto un segno, quello della rassegnazione. Mi guardo intorno e vedo quei marinai di una ventina d’anni. Li considero miei figli. Loro non devono morire. Da un momento all’altro si può morire; penso ai miei cari e mi domando se mai potrò più rivederli.
Passano le ore e nulla accade. Alle 22.15 il comando finalmente annuncia che cessa l’allarme di primo grado e si passa a quello di secondo. Ognuno riprende le proprie attività.
Il giorno dopo arrivano a bordo alcuni giornalisti, autorità dello Stato tra cui il Ministro Spadolini che reca parole di conforto e solidarietà.
Dopo l’incubo subentra un’altra paura. La preoccupazione delle nostre famiglie. Loro non sanno ancora nulla; ma le notizie non possiamo farle recapitare.
Il 20 e 21 aprile ricorrono rispettivamente l’onomastico e il compleanno di mia moglie. Ho desiderio di farle gli auguri, e al tempo stesso di fornire notizie confortanti circa la nostra situazione. Chiedo all’Ufficiale di Servizio addetto alla radio se si può trasmettere: nulla da fare. Roma non riceve telegrammi che non siano pertinenti delle operazioni di guerra .
Non mi dò pace, fino a che egli non mi assicura che avrebbe fatto il possibile. E di fatti dopo 2 giorni mi conferma che tutto e’ a posto: il telegramma e’ stato inoltrato. Ora sto meglio!
Il 29 aprile giunge l’ordine di tornare ad Augusta; siamo tutti contenti, adesso si può tornare a Taranto. Scendiamo a terra. Una grande cosa per chi è stato circa un mese in mare con l’angoscia dell’impotenza. Cerco un telefono, chiamo casa. La voce di mia moglie mi commuove molto. Il filo, il mezzo di comunicazione non ci divide, ci unisce, ci fa sentire una sola entità che si ritrova, io da una parte, lei dall’altra. I miei figli, mia cognata.
Però dopo 2 giorni di sosta si ritorna nella zona di Lampedusa; la rabbia di non poter fare nulla, fa posto alla tristezza.
Ma finalmente il 14 maggio arriva la notizia tanto attesa: il 18 si rientra a Taranto. E questa volta e’ vero.
La nave ora rimane ferma in sede fino al 4 luglio per preparare la prossima crociera dell’Accademia di Livorno.
Posso riposarmi e godere un po’ la mia famiglia.
Pubblicato, inedito, senza il permesso dell’autore, Aldo Di Giuliano. Che comunque me lo avrebbe permesso…

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