Ago 22

Ricordi…Lapis ….e….l’Apis.

La redazione & Minucciu Buono
Lapis ….e….l’Apis.
Il titolo o “apertura” può apparire strano. Se chi legge ha un po’ di pazienza e/o dimestichezza con il sandonatese “antico”, comprenderà che l’errore nel titolo è solo apparente.
Suggerisco, per meglio comprendere quando vo narrando, ripensare al “mondo bambino” ove tutti siamo transitati fra i tre ed i sei anni, e del quale abbiamo perso: memoria, modo capire, pensare, di agire, logica e metro di giudizio per fatti, persone e cose.
Avevo cinque anni e venni “mannatu ar’asilu ” dalle suore. Mia madre mi lasciò “ara porta do vagghiu”, accesso per il palazzo baronale nel mezzanino del quale, era ospitato il convento delle suore e l’asilo.
Venni più che accolto, “squadrato” dalla madre-superiora. Ignorando quali erano i rapporti di gerarchia fra religiose, mi persuasi che la superiora era tale solo perché era di corporatura robusta ed aveva due tette enormi che la tonaca a malapena celava.
Con rapida occhiata la monaca valutò l’adeguatezza alle sue aspettative, dell’ ”ascha i linnu” che trascinavo. Il pezzo di legno era il corrispettivo per la mia mezza giornata di permanenza all’asilo. Preciso che il pagamento della retta, in legna, non agevolava i rapporti, perché spesso ne veniva contestata la “pezzatura”Le famiglie abbienti versavano danaro; le meno possidenti fornivano servizi, prodotti agricoli etc. Mia madre scelse la legna, un’“ascha” il giorno, con possibilità di sostituzione con una “vrazzata i frasceddhi”.
Del “primo anno fuori casa” non ho ricordi particolari. La “socializzazione prescolare” non ha funzionato perché i compagni di asilo li conoscevo gia tutti ed i rapporti di forza e di gerarchia erano stati gia stati stabiliti dai giochi nei vicoli e nelle piazzette del paese. Le poche occasioni di svago e libertà nel “vagghiu” non potevano che confermare posizioni gia acquisite.
Rammento i tempi dedicati a“rinunce e fioretti”, unici passatempi alternativi alle preghiere ed ai raccoglimenti imposti dalle suore. Noia e pensieri malinconici verso i luoghi di gioco esterni (cortili-vaneddhe-piazzette) erano la costante tanto da farmi apparire una galera l’asilo e le sue regole.
L’anno successivo venni iscritto alla 1° elementare. Non esisteva “edificio scolastico” ma una serie di locali privati in affitto adibiti ad aule. Venni accompagnato dall’onnipresente mamma presso una stanza al piano terra dell’edificio di fronte alla bottega di generi alimentari di “ziu Franciscu u mulinaru” e li, in compagnia di alcuni “ripetenti” ed altri coetanei, restai dal primo ottobre al 30 giugno. Allora la scuola sarà stata “nozionistica”, come definita dalla moderna pedagogia, ma almeno era seria e l’anno scolastico aveva uguale durata dappertutto.
Mi ero fatta l’idea che dopo il primo giorno sarei tornato a casa letterato. Invece tornai con il compito a casa consistente in un’intera pagina di quaderno da riempire col lapis per ogni maledettissimo quadretto, con “listelle” uguali, ritte e che non dovevano fuoriuscire dal perimetro. Una fatica immane complicata dalla mano malferma, dalla matita che, in caso di errore e cancellatura, lasciava sulla carta, dei solchi degni della lavorazione agricola “ a maisi” Mi remava contro anche la punta della matita che, maledetta, si troncava spesso, tanto che col temperamatite, sia a casa che a scuola, producevo volumi di truciolo da far invidia a “ziu Rafeli martinu” che aveva bottega di falegname poco oltre “ziu Mulinaru” scendendo verso il municipio.
Ero sul depresso perché la “mastra” giovane, carina ed un po’ sadica, non era mai soddisfatta dal risultato delle mie fatiche, tanto da provocarmi un vero moto d’odio verso il “lapis”. Non ricordo se in commercio vi era la gradazione “H, HB, HR etc. ”, scelta per voi ragazzi di oggi. La matita che ti toccava in sorte era decisa dal negoziante che quella ti consegnava e quella ti dovevi ciucciare (nel senso che l’asticella era regolarmente messa in bocca e “mazzicata”).
Un pomeriggio di primavera, mentre tentato vi dare forma a vocali e consonanti e la matita continuava a comportarsi a modo suo, venni distratto dal “parlottio” prima sommesso poi man mano sempre più concitato fra mia madre e due conoscenti.
Riuscii a captare le parole “sciuoddhu” e “lapis” e poi capire che ad una delle conoscenti era capitata una disgrazia e che il rimedio era appunto trovare un “lapis”.
“Appizzutai” le orecchie, non tanto per approfondire i temi della disgrazia, quanto per chiarire in che termini un lapis poteva eliminare i problemi. Avevo bisogno di un oggetto simile per risolvere i miei, causa una matita, vulgo “lapis”, che non voleva collaborare.
Origliando (all’epoca i bambini erano tenuti alla larga quando i grandi discutevano) riuscii a capire che l’indomani mattina, prima dell’alba, avrei fatto una levataccia dovendo accompagnare mia madre presso l’abitazione della conoscente“colpita da disgrazia”. All’epoca non era costume che una donna girasse da sola, di mattino presto, di giorno o la sera tardi. Quando mia madre mi comunicò la notizia non ebbi nessun moto di protesta perché avevo la segreta speranza di poter anch’io come la “sciuddhata” trovare il “lapis” che mi avrebbe risolto i problemi scolastici.
Provateci oggi a levare dal letto prima dell’alba un bambino sei anni e come minimo rischiate la segnalazione al telefono azzurro.
Presso l’abitazione della “colpita da disgrazia” trovai “ziu Nicola” noto uomo di fatica il quale si caricò sulle spalle un sacco di iuta (sembrava contenere “un cristiano” di media statura) e si partì alla ricerca del lapis.
La strana processione, composta due donne, un bambino e ziu Nicola col sacco in spalla, si diresse verso la zona di S Antonio, proseguì in direzione della “pantana” ed inizio ad esplorare la zona sovrastante la cava delle pietre da “carcara”. Lì mia madre mi tese la mano ed intimò di non mollarla e sopratutto allontanarmi, pena “scomparire in un lapis”. Capii quasi nulla e non chiesi ulteriori spiegazioni. Avevo gia sperimentato che con “zia Angiulina”, non capire al volo diventava una colpa ed insistendo, delle volte, la risposta era un sonoro ceffone che metteva in crisi le vertebre cervicali.
Dopo aver aggirato numerose rocce ed aver scartato due luoghi, finalmente, sul far dell’alba, ziu Nicola trovo quello che riteneva confacente alla bisogna ed in una cavità fra due rocce, scaraventò il sacco che cadde senza ulteriori rumori.
Sulla via del ritorno, dai commenti fra i “grandi” compresi che alla conoscente era deceduto un maiale di un anno, allevato in casa. La notizia doveva rimanere riservata, così come metodo e luogo di smaltimento.della carcassa. Ho tenuto il segreto per sessanta anni, divulgandolo oggi spero in ampia prescrizione per il concorso nel reato All’epoca (siamo nel 1956) e fino al 1965 circa, regole e normative sull’igiene pubblica non erano venute turbare il quieto vivere in cui maiali, galline e cani avevano cittadinanza e liberta di vivere e scorazzare “ ’nto paisi”; salvo interventi delle guardie municipali, ziu Franciscu prima o ziu Binignu dopo. Le “forze dell’ordine comunali”, beccate le bestie girovaghe le riportavano presso il proprietario ed in caso di “colpa grave” elevavano verbali.
La soluzione per smaltire le carcasse di bestie grosse morte era appunto l’apis, una cavità carsica di cui quella specie d’altopiano fra Palazzi, S.Antonio e Pantana è ricco. Ebbi modo di scoprirlo qualche anno più tardi durante le scorazzate dell’adolescenza, specie quando si esplorava la zona per individuare “nidi i cristarieddhu” falconide di piccole dimensioni che aveva eletto a dimora la parete calcarea a sinistra del “vallone” avendo come direzione la montagna.
“Apis” o Abis” altro non è che la “contrazione” molto “paisana” di buco, baratro, abisso nascosto. Avuto chiaro il significato del vocabolo capii che ai miei problemi con il lapis non c’era soluzione.
L’anno scolastico terminò alla meno peggio. Il lapis/matita era sempre bastardo e faticai, per averne ragione e conquistarne una discreta padronanza. Infine riuscii a riabilitarmi parzialmente con la maestra, la qual cosa mi consolò.
Ignoravo che l’anno successivo avrei dovuto combattere con un nemico più subdolo pericoloso ed ingovernabile di una matita. Mi attendeva un anno di penna inchiostro e calamaio, i cui nomi non si prestavano ad equivoci e che tanta “sofferenza” mi avrebbero procurato (zia Angiulina era piuttosto drastica e punitiva per le macchie su quaderni,vestiti e mani)
Questa però é un’altra storia
Minucciu

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