San Donato di Ninea-Luigi Gigiotto Bisignani
🌍 San Donato nel mondo: una prima risposta
Qualche giorno fa abbiamo lanciato, attraverso lâarticolo,clicca sullâarticolo se vuoi rileggere âSan Donato nel mondoâ, un piccolo invito a tutti i sandonatesi sparsi in Italia e nel mondo: raccontarci dove vivono oggi, da dove sono partiti e, soprattutto, quale ricordo di San Donato portano ancora nel cuore.
E oggi, con grande piacere, possiamo dire che Minucciu ci ha scritto, come aveva promesso. Ha iniziato a mettere in ordine i suoi ricordi e condivido la sua testimonianza.
Ă una prima, bella risposta al nostro appello.
Spero sinceramente che non sia lâunica. Mi piacerebbe ricevere altre storie, altri ricordi, altri nomi e altre localitĂ . PerchĂŠ dietro ogni sandonatese che vive lontano câè una storia che merita di essere raccontata.
Non importa se si vive a pochi chilometri o dallâaltra parte del mondo: se nelle nostre radici câè San Donato di Ninea, quella radice continua a unirci.
Questo articolo sarĂ quindi anche un invito: scriveteci, raccontatevi, fatevi conoscere.
Forse scopriremo insieme che San Donato nel mondo è molto piĂš grande di quanto immaginiamo. ❤️
Da San Donato al mondo.
Dal mondo a San Donato. 🌍
Minucciu ci scrive:
Mâammièntu
In un suo recente scritto, pubblicato sul Giornale interattivo, Luigi âGigiottoâ Bisignani sâè posto alcune domande che riguardano i sandonatesi emigrati, alcuni ritornati in paese saltuariamente, altri, i âtraditĂšriâ, fra i quali mi annovero, lontani dal paese da anni ed anni.
Sembrerebbe argomento da poco, invece non lo è perchĂŠ dietro il fenomeno migratorio, si celano una moltitudine di storie che hanno in comune la ricerca âdo cĂšmpĂ niâ,nella quantitĂ che il paese allâepoca non riusciva ad assicurare.
Come richiesto , non faccio la disamina su motivi e cause dellâemigrazione sandonatese, racconto solo la mia esperienza di emigrato, rispondendo agli interrogativi che Gigiotto ha posto per argomenti.
–Molti sono partiti giovani; vero, per quel che mi riguarda.
Ho lasciato il paese da âminorenneâ, nel maggio 1963 (avrei compiuto 18 anni nel successivo agosto), convinto da zio Vincenzo, fratello di mia madre, il quale âvidĂŹa gracuâ il mio avvenire di artigiano, in continua lotta il fra pagare i fornitori ed il farsi pagare dai clienti.
Incombeva anche la visita di leva e la prospettiva di ben 18 mesi di disoccupazione al servizio dello stato, che ti retribuiva con 150 lire al giorno e sette sigarette.
Partii con la speranza di rimandare di un anno la visita di leva e di entrare in sovrannumero nello scaglione successivo e quindi congedato. Non è andata cosi, ma questa è unâaltra storia.
Ho fatto il conto di quanto tempo ho passato in paese, dal 1963 ad oggi; duecento trenta giorni in 63 anni, roba da annerire dalla vergogna, ma, le vicende lavorative, familiari e personali, quel periodo di tempo mi hanno concesso e di quel tempo ho potuto fruire per tornare, molto saltuariamente, in paese.
Questa âassenzaâ è stata solo fisica, perchĂŠ il paese, il luogo natio, mi è stato sempre accanto; una presenza assidua, tanto che, nel mio peregrinare per la penisola, non ho mai preso lâaccento o la parlata del luogo in cui temporaneamente dimoravo.
Ho sempre tenuto la calata del nostro parlato, tanto che, non appena aprivo bocca, si intendeva subito da dove venivo.
Lâassenza prolungata si paga; essere lontani indebolisce e poi recide ogni legame, complice anche il passare del tempo che altera i connotati fisici e finisce che, dopo trentâanni, incontri amici di infanzia e non li riconosci ofatichi a collocarli nella memoria.
Ă la cosiddetta âsindrome del dinosauroâ, quel senso di solitudine che senti quando lâambiente ti è ancora familiare, ma sei privo dei necessari punti di riferimento,in quanto non riconosci nessuno e ti senti un estraneo.
Un paesano acculturato, gĂšnu i pĂŹnna, dicĂŹanu, in un componimento, ha cristallizzato questo stato dâessere, con dei versi che rendono bene lo status dellâemigrato di lunga data:
â…e son tra color dei quali, sâè perso volto ememoria…â.Â
-Cosa significa essere sandonatesi a migliaia di chilometri di distanza? -cĂ mpasĂŹ ccĂš spĂŹnnu, pènzasi, tâĂ mmentasi i jĂšchi (cavĂŹcchjula, lĂ tri e carbunièri, stècci, sciacquĂ a soldi), Ă mici e ri nimĂŹci, i vĂŹj, i chiĂ zzi e rĂŹ vanèddhi; jĂšrnati i fèsti e di fatĂŹga, i cĂšmu tĂ passĂ vasi, dè pascĂšni Ă ru cummièntu o a santĂ ngiulu;mprimavera dò jĂŹ a ficu e cirĂ si, ara finâĂ sgĂšstu jèsi ppi vĂŹgni adâassacggia lâĂ cina; dò jĂŹ a fĂšngi primĂš dâannettatĂšra dè castĂ gni, Ăš vinignĂ , Ăš jĂŹ Ă pisĂ lâĂ cina, Ă mĂŹssa dè gĂšnnici e tutta la quotidianitĂ di una comunitĂ montanara.
Quanto metti a confronto ĂŹ ricordi col nuovo lâambiente,dove vivi, lavori ed agisci, tâaccorgi che nulla è o potrĂ mai esser comâera; lâabitato, la gente, gli usi, i costumi, il parlato, non sono tuoi; hai familiarizzato, ma non ci sei mai entrato in sintonia con le nuove genti; subisci un qualcosa che ti è estraneo, ma nel contempo necessario per continuare a vivere; per la gente del posto non nutri gli stessi sentimenti che avresti per un tuo compaesanoed il sentimento di antipatia, spesso è reciproco e palpabile.
-La memoria che viaggia attraverso una fotografia. Si, è vero, la fotografia per molti dei sandonatesi emigrati ha rappresentato il mezzo piÚ efficace per comunicare, far conoscere, dimostrare fatti, circostanze ed episodi, che nessuno scritto avrebbe reso piÚ chiaro e comprensibile.
Matrimoni, nascite e crescite, acquisti e possessi,venivano mostrati attraverso fotografie, poi esibite per vincere la sfiducia dellâincredulo e la diffidenza dellâinvidioso ai quali mostravi quali progressi e quali condizioni economiche e sociali lâemigrato aveva conquistato ed acquisito.
La fotografia certificava anche lo status sociale di chi le possedeva. Agli inizi del secolo scorso, visti i costi elevati, il âritrattoâ era prerogativa del possidente, mentre la fotografia âdocumentaristicaâ lo era della nobiltĂ che ancora praticava il âgran tourâ, il giro turistico delle localitĂ strico-archeologiche della penisola italica e serviva loro da documento e prova delle loro visite.
La fotografia âanticaâ era appunto prerogativa dĂ ggènti bbòna, unico ceto a poter spendere soldi cchj gĂ lantarij, quale la foto. Questo stato di cose era ed è dimostrato dalle poche foto disponibili, nelle quali il ceto superiore è largamente raffigurato.
Le foto dei sandonatesi, quelle che ritraggono gente comune o panorami paesani, agli inizi del secolo e fino alla seconda guerra mondiale, era opera dè mÏricà ni, gli emigrati oltreoceano che tornavano in paese ed armati di macchina fotografica, documentavano, ritraevano e poi spedivano ai destinatari in paese, alcuni dei quali hanno avuto cura di conservare detto prezioso reperto del passato.
Nel dopoguerra la fotografia richiama alla memoria lâopera di Pietro Lattarulo, fotografo ambulante, nel cui archivio fotografico, fatto di lastre di vetro, è documentata una grossa fetta di storia sandonatesefamiglie, matrimoni, emigrazione), foto familiari con lâimmancabile sedia vuota sulla quale era posato ilcappello del patriarca (in genere emigrato), al quale la foto era destinata a testimonianza del rispetto e dellâaffetto familiare.
Le foto erano conservate gelosamente e parecchi dei ritratti di Lattarulo ornavano lastre e croci tombali.
Il Giornale come ponte tra il paese e il mondo, scrive Gigiotto che quasi ventâanni di attivitĂ hanno reso ilgiornale piĂš di una semplice raccolta di notizie.
à diventato un piccolo ponte virtuale tra San Donato e i suoi figli lontani. Ogni articolo, ogni fotografia, ogni ricordo pubblicato può essere letto a migliaia di chilometri di distanza e ciò rende piÚ facile il viaggio virtuale, il cui biglietto è appunto una foto, un cognome, i nomi di una contrada, di una strada di una persona, disamina che condivido interamente.
-Ma dove sono oggi i Sandonatesi? Sempre Gigiottoscrive che è una domanda alla quale difficilmente si può rispondere con dati precisi. Ciò è vero in parte, perchĂŠ lâarchivio anagrafico del comune sandonatese, registra i cambiamenti di residenza e tiene un registro dei sandonatesi che risultano domiciliati allâestero, il cosiddetto AIRE.
Difficile è contare i sandonatesi di seconda generazione, figli di emigrati che per ovvi motivi non sono registrati allâanagrafe paesana.
-Dati biografici; nasco, come Domenico âMinĂšcciuâ Buono, nel 1945 a San Donato di Ninea, nella contrada dĂ ChiĂ zza e li vissuto fino ai 4 anni, quando la famiglia prende casa Ă ru SĂ mmicuòsu. Attorno agli anni 60 la famiglia si trasferisce in vico II Garibaldi, ara chiĂ zza Nòva, stesso vicolo dove, qualche metro piĂš su, vive Gigiotto Bisignani, la cui madre, Zia Ernestina, a suo tempo mi ha tenuto a battesimo.
-E tu, dove sei? è da Chià zzanòva che sono partito nel 1963; per ragioni di lavoro ho avuto domicilio in quasi tutte le regioni della penisola, ma sono stato registrato come residente fisso presso le anagrafi di Milano, Roma e Pistoia ed attualmente a Novi di Modena.
-Che cosa ti manca di piĂš di San Donato? lâalba nei giorni di bel tempo, quando, prima di andare a scuola, accompagnavo mia madre a raccogliere legna secca per il fuoco di ogni giorno (le cucine a gas erano di lĂ a venire) o da conservare per lâinverno oppure, dopo le semine, ad irrigare lâorto i ntĂ jumĂ ra (il mio compito era aprire o serrare la chiusa, a comando della mamma);
-Una persona? don Francesco Monaco, maestro elementare di immensa bontĂ e robusta cultura, al quale la mia formazione deve molto, per avermi insegnato il rigore e lâimpegno negli studi, seguendomi e consigliandomi anche oltre il breve anno in cui la sorte mi ha dato occasione e fortuna di essere suo alunno.
-Una strada? La via che dalla contrada Loggi (quĂŹro i PizzĂ nu, per intendersi) jèdi Ă ru Cummièntu, passando sopra il mulino ad acqua ĂŹ ntriu i Dumnèrcia (gestito a zĂŹu SarĂ ca) sĂšpa u pòntu i lĂŹnnu e nnĂ nti ò carcĂ ra, nsinu adâarrivĂ Ă ru mĂšru purripĂ tu do cummientu; è stata la prima strada del paese, che allâetĂ di 6 anni ho percorso timoroso e da solo, ppĂŹ purtĂ nĂš mmĂ sciĂ ta a mia madre, impegnata a zappuliĂ Ăš grĂ nu ppi ziu ntriu i dumercia, il quale, poco distante dal muro diruto, aveva casa.
-Una festa? Sicuramente Natale, vuoi per la solennitĂ delle cerimonie religiose, vuoi per la nevicata che dava paese quellâatmosfera magica, vuoi per la âcorniceâ fatta di impasti, fritture, di dolci e salati, di croccanti e morbidezze; era uno scialo che durava pochi giorni e per una sola volta lâanno e quindi era molto atteso e vissuto.
-Un sapore? I salumi fatti in casa, ben stagionati e ccĂ lĂ crima; nĂš stuòzzu i savuzĂŹzza, nĂ ffèdddha i supprissĂ ta, i vucculĂ ru o prisĂšttu, non la cambierei con nessunâaltra cosa la mondo;
-Una voce? Quella di mia madre, specie quanto era allegra e cantava sfaccendando in casa (come allâepoca, quasi tutte le donne nel nostro paese), perchĂŠ aveva una bella voce ed era intonata. Mi mancano i suoi vocalizzi coi quali, nelle canzoni, sostituiva le parole che non ricordava o non conosceva.
-Una fotografia? Quella scattata da Angelo il fotografo(GĂ ngiulu i GiuvĂ nni i BeniamĂŹnu) negli anni 60. Fu scattata dalla piana (Biiu o PantĂ nu) e ritraeva il panorama di San Donato; ne venne ricavata una cartolina, acquistata e spedita in tutto il mondo ai sandonatesi emigrati.
-Un ricordo dellâinfanzia? Il piacere di correre, sul selciato a gradoni che, quando ero bambino, ricopriva strade e vicoli del paese. Non ho mai perdonato gli amministratori comunali che, in nome della âmodernitĂ â,hanno consentito che venisse smantellato e sostituito, in alcuni tratti da lastroni di materiale âalienoâ, che, con San Donato ed il suo territorio, nulla ha a che spartire.
-Conclusioni. Non so se ho risposto in maniera sodisfacente ai quesiti posti da Gigiotto. Nel rammentare, qualcosa è sicuramente sfuggito, ma lâetĂ mi pone al riparo da rimproveri.
Della mia classe e di quelle successive non ho timori di biasimi, sono un perfetto sconosciuto, riparato da ben 68 anni di âlatitanzaâ dal paese.
Agosto 2026
MinĂšcciu
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1 commento
Autore
Una testimonianza straordinaria, autentica e profondamente sandonatese. â¤ď¸
Le parole di Minucciu non sono soltanto un racconto personale: sono un vero viaggio nella memoria di San Donato, attraverso luoghi, persone, tradizioni, sapori, voci e ricordi che appartengono a tutti noi.
Leggendo queste righe sembra quasi di tornare bambini, di percorrere quelle strade, sentire le voci delle nostre madri, respirare lâaria del paese e rivivere una San Donato che, forse, esiste ormai soprattutto nei nostri ricordi.
Un grazie di cuore a Minucciu per aver raccolto e condiviso una parte cosĂŹ importante della sua storia. E un grazie anche a Gigiotto, perchĂŠ attraverso il Giornale Interattivo Sandonatese continua a costruire quel ponte prezioso tra San Donato e i suoi figli sparsi nel mondo.
Questa è la San Donato che vogliamo raccontare: quella delle persone, delle radici e della memoria.
PerchĂŠ ogni sandonatese lontano porta con sĂŠ un pezzo del nostro paese. â¤ď¸
Da San Donato al mondo.
Dal mondo a San Donato.
E adesso aspettiamo altre storie⌠perchĂŠ sono certo che ce ne siano ancora tantissime da raccontare. â¤ď¸