A MAGARA

San Donato di Ninea-Luigi Gigiotto Bisignani 

A MAGARA

L’acqua, le pietre e la memoria di San Donato di Ninea

Ci sono storie che non sono scritte nei libri.

Storie che vivono nei racconti degli anziani, nelle parole ascoltate da bambini, nei nomi antichi delle contrade, nelle vecchie fontane e nelle opere che il tempo ha lentamente nascosto agli occhi di chi è venuto dopo.

“A Magara” è una di queste storie.

Un nome che forse oggi dice poco alle nuove generazioni, ma che conserva la memoria di un’antica opera idraulica e, insieme, racconta una San Donato di Ninea che cercava di crescere, di modernizzarsi e di affrontare con intelligenza i problemi della vita quotidiana.

Questa ricostruzione nasce dalle preziose informazioni che Giacomo Trinchimi aveva fatto pervenire sulla “Magara” e sulle antiche opere idrauliche del nostro paese.

È una testimonianza che merita di essere conservata.

Quando San Donato iniziò a cambiare

Dopo la Prima guerra mondiale, San Donato cominciò lentamente a trasformarsi.

Il paese entrava in una nuova epoca e, anche in un piccolo centro di montagna, cominciavano ad arrivare quelle infrastrutture che avrebbero modificato profondamente la vita quotidiana: l’acquedotto, la fognatura per le acque nere e un complesso sistema per la raccolta e il convogliamento delle acque piovane.

Una parte dei lavori fu realizzata da una ditta proveniente dal Bresciano, mentre altri interventi furono eseguiti da una società sandonatese della quale facevano parte il geometra Davide Gabrielli, Francesco Martino e Raffaele Monaco “i susu”.

Quell’appellativo serviva a distinguerlo dall’altro Raffaele Monaco, detto “i vasciu”, che abitava nella parte bassa del paese, alla Sellata.

Erano anni nei quali uomini provenienti da lontano arrivavano a San Donato per lavorare e, in alcuni casi, finivano per diventare parte integrante della comunità.

Giacomo ricordava tra questi Attilio Lucchiari e Serafino Barcellante, al quale attribuiva il merito di aver portato per la prima volta il cemento a San Donato. Ricordava inoltre un altro uomo di nome Stefano, che abitava vicino alla sua casa, del quale non ricordava però il cognome.

Piccoli nomi, apparentemente secondari, che invece fanno parte della grande storia quotidiana del paese.

L’acqua del Croccano

Uno dei primi grandi interventi riguardò l’acqua.

Fu captata la sorgente del Croccano e l’acqua venne convogliata verso un serbatoio interrato costruito nella proprietà che oggi appartiene alla famiglia del dottor Domenico Benincasa.

La rete di distribuzione raggiungeva inizialmente le fontane pubbliche.

Alcune di quelle fontane sono ancora oggi visibili e conservano i caratteristici mascheroni in ghisa, dalle cui bocche un tempo usciva l’acqua.

Ma allora l’acqua non arrivava ancora dentro le abitazioni.

Erano soprattutto le donne a portarla nelle case.

Con il “varliri” sistemato in equilibrio sulla testa e i secchi nelle mani, percorrevano quotidianamente le strade del paese per procurare l’acqua necessaria alla famiglia.

Prima dell’acquedotto, l’approvvigionamento avveniva anche “alla vena vecchia”, nella zona di contrada Logge, vicino al ponticello della strada che conduce verso la contrada Convento e oltre.

Quella che oggi può sembrare una semplice abitudine del passato era allora una parte fondamentale della vita di ogni famiglia sandonatese.

La grande opera nascosta sotto le strade

Ancora più affascinante è la storia del sistema realizzato per raccogliere le acque piovane.

Fu costruito un grande fognone, un lungo cunicolo sotterraneo destinato a raccogliere l’acqua che scendeva dalla parte alta del paese.

Era un’opera di notevoli dimensioni: secondo i ricordi tramandati a Giacomo, in alcuni punti il cunicolo era talmente grande da poter essere percorso accovacciati.

Le acque provenienti dalle strade e dai vicoli venivano raccolte attraverso caditoie e pozzetti e indirizzate verso il canale principale.

Alla Crocevia, l’acqua che continuava a scorrere in superficie veniva intercettata da uno sbarramento in muratura che partiva dallo spigolo orientale della casa Cordasco e arrivava fino alla zona della vecchia fontana della “Crucivia”.

Da lì, attraverso una grande caditoia, la massa d’acqua veniva raccolta e unita a quella proveniente dal fognone.

Il percorso continuava verso Piazza Giardini, dove un’altra caditoia raccoglieva le acque provenienti dalle zone circostanti.

Poi il sistema proseguiva verso la località Serra, attraversando la zona dell’orto di Donna Luisa, nella proprietà Bisignani, fino a raggiungere il suo recapito finale: “u gafaru de Travura”.

Un’opera nascosta sotto le strade e sotto la memoria degli uomini, ma che racconta una straordinaria capacità di adattamento e di organizzazione.

Quando le strade raccontavano il lavoro degli uomini

Da Piazza Giardini partiva inoltre un altro condotto, realizzato lungo la linea delle abitazioni.

In origine era a cielo aperto.

Solo molti anni dopo, quando venne asfaltata la strada che dal bivio dell’allora SS 105 saliva verso il centro abitato fino a Piazza Giardini, il canale venne coperto con una struttura in cemento, formando anche un piccolo marciapiede.

Sono particolari che oggi rischiano di andare perduti.

Eppure proprio questi particolari permettono di comprendere come viveva San Donato e come i nostri predecessori affrontavano, con i mezzi disponibili, problemi che oggi consideriamo scontati.

Una storia che appartiene a tutti

Giacomo Trinchi aveva la consapevolezza che molti di questi ricordi provenivano da racconti ascoltati durante la sua giovinezza.

Erano le parole del nonno Luigi e di altri anziani del paese.

Non pretendeva quindi che ogni dettaglio fosse necessariamente preciso.

Ed è proprio questa sua sincerità a rendere ancora più preziosa la testimonianza.

La storia orale è fatta così: passa da una persona all’altra, da una generazione alla successiva. Qualcosa può perdersi, qualcosa può cambiare, qualcosa può essere dimenticato.

Ma se nessuno la raccoglie, prima o poi scompare tutto.

Per questo “A Magara” non deve essere considerata soltanto la storia di un vecchio cunicolo, di una fontana o di un’opera idraulica.

È una pagina della storia di San Donato di Ninea.

Chiunque possieda fotografie, documenti, ricordi o informazioni più precise è invitato a condividerli. Eventuali inesattezze potranno essere corrette e nuovi particolari potranno essere aggiunti.

Perché la memoria di un paese non appartiene a chi la racconta.

Appartiene a tutta la comunità.

In memoria di Giacomo Trinchi

Oggi, nel riproporre queste informazioni, sento il dovere di ricordare Giacomo Trinchi, che aveva scelto di affidarmi questi ricordi affinché non andassero perduti.

Forse Giacomo non immaginava che quelle sue parole, raccolte dalla memoria di un ragazzo che ascoltava gli anziani del paese, sarebbero tornate un giorno a parlare a una comunità intera.

Eppure è proprio questo il destino più bello della memoria: continuare a camminare anche quando chi l’ha custodita non può più raccontarla.

Le sue parole ci riportano indietro nel tempo, quando l’acqua si portava sulla testa, quando le fontane erano punti d’incontro, quando sotto le strade del paese correvano cunicoli costruiti con fatica e ingegno e quando gli uomini costruivano, pietra dopo pietra, il futuro di San Donato.

A Giacomo, dunque, va il nostro grazie.

Per aver ricordato.

Per aver raccontato.

E soprattutto per averci lasciato qualcosa che oggi possiamo ancora consegnare alle nuove generazioni.

Perché un paese vive davvero soltanto quando sa custodire la memoria di chi lo ha amato.

Nel ricordo di Giacomo Trinchi.

Luigi “Gigiotto” Bisignani

📚 SOSTIENI IL GIORNALE INTERATTIVO SANDONATESE

Se apprezzi il lavoro che svolgo per raccontare, conservare e tramandare la storia e la memoria di San Donato di Ninea, puoi sostenermi anche attraverso i miei libri digitali.

Il contributo è libero e il libro scelto sarà il mio ringraziamento per il tuo sostegno.

👉 SCOPRI I LIBRI E GLI EBOOK

Permalink link a questo articolo: https://www.sandonatodininea-cs.it/2026/08/29/a-magara/

2 commenti

  1. Un altro piccolo, ma prezioso tassello della memoria di San Donato di Ninea. ❤️

    “A Magara” non racconta soltanto un’antica opera idraulica, un cunicolo o il percorso dell’acqua sotto le strade del paese. Racconta una San Donato che non c’è più, fatta di uomini, donne, lavoro, ingegno e sacrifici.

    Ma soprattutto racconta il valore della memoria.

    Queste informazioni mi erano state affidate da Giacomo Trinchi, che a sua volta le aveva raccolte dai racconti degli anziani e, in particolare, dal nonno Luigi. Oggi ho voluto riproporle perché non andassero perdute.

    Non sappiamo se ogni particolare sia rimasto perfettamente intatto nel passaggio delle generazioni, ed è proprio per questo che invito chiunque abbia ricordi, fotografie, documenti o conoscenze su “A Magara” e sulle antiche opere idrauliche di San Donato a condividerli.

    Ogni testimonianza può aggiungere un pezzo a questo grande mosaico della nostra storia.

    E questo articolo vuole essere anche un modo semplice per dire grazie a Giacomo, che prima di lasciarci ha pensato alla memoria del suo paese e ha voluto affidarmi questi ricordi.

    Le persone passano, i ricordi restano.

    E finché qualcuno continuerà a raccontarli, San Donato continuerà a vivere anche attraverso la sua memoria. ❤️

    Nel ricordo di Giacomo Trinchi.

    • Rosalba Russo il 29 Agosto 2026 alle 10 h 34 min
    • Rispondi

    Davide Gabrielli, Francesco Martino e Raffaele Monaco li ho conosciuti anch’io. Raffaele Monaco “i susu” era mio nonno materno; Francesco Martino era suo amico, il figlio Giovanni, amico di papà Francesco Russo, poi fu padrino di battesimo di mio fratello. Davide Gabrielli poteva essere il papà di Remo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.