Luigi Gigiotto Bisignani
San Donato di Ninea: la ferita che diventa carezza.
San Donato di Ninea non è soltanto un paese.
È una ferita che col tempo diventa carezza.
È uno di quei luoghi che da giovani si guardano con rabbia, quasi con soffocamento, e che poi, quando la vita ti porta lontano, diventano improvvisamente il centro silenzioso del cuore.
Radici tra le montagne della Calabria
Sono nato lì, tra le montagne della Calabria, in quel borgo antico della provincia di Cosenza che sembra sospeso tra storia, povertà, orgoglio e nostalgia.
E come tanti figli del Sud, fino ai vent’anni ho odiato quel paese. Lo ho odiato perché mi sembrava piccolo, fermo, incapace di offrire sogni. Lo ho odiato perché da ragazzi si pensa sempre che il mondo sia altrove. Che la felicità abiti nelle grandi città, nelle luci del Nord, nei treni che partono.
Poi però sono partito davvero.
Quando la distanza insegna ad amare
Ed è stato proprio nella terra straniera che San Donato ha iniziato a parlarmi.
Non più come un luogo da cui scappare, ma come una radice impossibile da strappare.
Succede spesso agli emigranti del Sud.
Finché si vive dentro il paese, si vedono solo i limiti: le strade vuote, le occasioni mancate, le discussioni infinite, le stesse facce, le stesse critiche.
Ma quando ci si allontana, quando il dialetto smette di essere la lingua quotidiana, quando il profumo della montagna viene sostituito dall’odore anonimo delle città straniere, allora il cuore torna lì dove tutto è iniziato.
Ed è allora che un borgo diventa memoria viva.
Dalla carta al digitale: raccontare per non dimenticare
Il mio libro, Lettere fra i monti – ti ho odiato e poi amato, racconta proprio questa trasformazione: il passaggio dall’insofferenza all’amore profondo. Un amore maturo, forse doloroso, perché nasce dalla distanza.
Ma oltre a questa raccolta di riflessioni e poesie, ho scritto diversi volumi, tutti dedicati al paese e alla sua anima più autentica.
Tra questi voglio ricordare anche i thriller del commissario Gigiotto: storie ambientate nei luoghi strategici di San Donato di Ninea, dove il borgo diventa non solo scenario, ma protagonista vivo delle vicende. Vicoli, piazze, montagne e silenzi si trasformano così in elementi narrativi, capaci di unire memoria, immaginazione e identità.
Questo impegno nel raccontare e custodire la memoria non si è fermato alla scrittura.
Già oltre vent’anni fa, agli inizi dei social network, ho creato i primi gruppi online dedicati alla comunità sandonatese.
Amici di San Donato di Ninea nel mondo (3000 aderenti),
Sei di San Donato di Ninea se… In un tempo in cui i social erano ancora uno spazio da inventare, queste iniziative rappresentavano un modo nuovo di restare uniti, condividere ricordi e mantenere vivo il legame con il paese.
È nato così anche il giornale interattivo di San Donato di Ninea, un progetto pionieristico che ha dato voce alla comunità, anticipando forme di partecipazione che oggi consideriamo normali.
Nel tempo sono nati altri gruppi e spazi digitali, fino all’ormai conosciuto e apprezzato “
“Archivio Storico Sandonatese”: un luogo virtuale dove fotografie, documenti e testimonianze continuano a raccontare la storia collettiva del paese, anche grazie ai contributi degli emigranti sparsi nel mondo.
Un paese che vive nella memoria di chi parte
Chi emigra non lascia mai davvero il proprio paese. Si porta dietro le pietre delle case, il suono delle campane, i racconti degli anziani, le feste patronali, i silenzi dell’inverno, perfino le polemiche da piazza.
San Donato di Ninea è un paese che ha conosciuto la storia vera dell’Italia meridionale.
Conosco le amministrazioni, dalla prima del 1813 con il sindaco Giovanni Capano fino all’attuale amministrazione Russo. Questo significa conoscere non solo dei nomi, ma il lungo cammino di una comunità che per oltre due secoli ha cercato di sopravvivere ai cambiamenti del mondo.
Il silenzio dei numeri: la ferita dell’emigrazione.
Eppure oggi il dato che più colpisce è quello demografico.
Da quasi 4000 abitanti a circa 1200.
Una diminuzione che non è soltanto un numero: è una fotografia dolorosa dell’emigrazione meridionale.
Dietro quei numeri ci sono case chiuse, scuole vuote, piazze meno rumorose, famiglie spezzate tra continenti diversi.
Ci sono treni presi con le lacrime agli occhi.
Ci sono giovani partiti per necessità, non per scelta.
Perché i borghi si svuotano.
La domanda allora diventa inevitabile: perché questo calo demografico?
La risposta non è semplice, ma parte da una verità chiara: i piccoli borghi del Sud sono stati lasciati soli troppo a lungo.
La mancanza di lavoro, i servizi ridotti, l’assenza di opportunità per i giovani hanno trasformato l’emigrazione in una necessità generazionale.
Intere famiglie hanno costruito il proprio futuro in Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Canada, Argentina, Australia. Eppure nessuno di loro ha mai smesso di sentirsi sandonatese.
Il vero miracolo: non tornare, ma restare vivi nel mondo.
Ed è qui che nasce una riflessione importante.
Forse il vero miracolo non è tornare ai 4000 abitanti.
Per anni molti hanno parlato del “ritorno”, del sogno di rivedere il paese pieno come una volta. Ma il mondo è cambiato. I borghi italiani non possono più vivere soltanto di nostalgia.
Il miracolo vero potrebbe essere un altro: mantenere viva l’identità di San Donato nel mondo.
Un paese senza confini.
Perché se oggi i residenti sono circa 1200, esistono però migliaia di sandonatesi sparsi ovunque.
Quindici, ventimila anime legate a quel piccolo pezzo di Calabria.
Persone che magari parlano altre lingue, vivono in altri Stati, hanno figli nati all’estero, ma continuano a emozionarsi sentendo nominare San Donato di Ninea.
Questo significa che il paese non è morto.
Si è semplicemente allargato oltre i suoi confini geografici.
La memoria che resiste.
Oggi San Donato vive nelle case degli emigranti, nelle fotografie conservate nei cassetti, testimonianza delle tantissime immagini inviate dall’estero, nell’Archivio Storico Sandonatese, nei racconti dei nonni ai nipoti, nelle ferie estive di chi torna anche solo per pochi giorni.
Vive nelle processioni, nei sapori della cucina calabrese, nelle telefonate fatte la sera per sapere “come va al paese”.
Ciò che resta conta più di ciò che manca.
Il problema forse è che troppo spesso si guarda solo ciò che manca.
Le critiche diventano continue: manca il lavoro, mancano i giovani, manca il progresso. Tutto vero.
Ma raramente ci si ferma a osservare ciò che resiste.
E San Donato resiste.
Resiste attraverso chi non dimentica.
Attraverso chi scrive libri per raccontarlo.
Attraverso chi crea comunità, anche digitali, per tenerlo vivo.
Attraverso chi continua a tornare.
Attraverso chi, pur vivendo lontano, sente ancora il bisogno di chiamarlo “casa”.
L’anima dei borghi.
I piccoli borghi non possono competere con le metropoli sul piano economico o industriale.
Ma possiedono qualcosa che le grandi città stanno perdendo: l’anima.
E l’anima di San Donato è fatta di memoria, appartenenza e identità.
Costruire ponti, non rimpianti.
Forse il futuro non sarà nel numero degli abitanti, ma nella capacità di trasformare il legame degli emigranti in una forza culturale, storica e umana.
Creare ponti tra chi è rimasto e chi è partito.
Valorizzare la storia del paese, le tradizioni, la natura, la memoria collettiva.
Fare in modo che i figli degli emigranti conoscano il paese dei loro nonni.
Perché un borgo muore davvero solo quando viene dimenticato.
Il destino dei paesi del Sud.
E San Donato di Ninea, invece, continua a vivere nel cuore di chi lo ha odiato da giovane e amato profondamente da adulto.
Forse è proprio questo il destino dei paesi del Sud:
insegnarti il loro valore solo quando te ne vai.





1 commento
Autore
San Donato di Ninea: la ferita che diventa carezza… è una delle immagini più vere e potenti che si possano usare per raccontare un paese del Sud.
Il tuo testo colpisce perché non è solo memoria, ma consapevolezza. Racconta un sentimento che appartiene a tanti: quel rifiuto giovanile che nasce dal bisogno di spazio, di futuro, di possibilità… e che col tempo si trasforma in radice, in identità, in qualcosa che non si può più rinnegare.
È molto forte il passaggio dalla rabbia all’amore. Non un amore ingenuo, ma maturo, quasi doloroso, perché consapevole dei limiti, delle partenze, delle assenze. Ed è proprio questa onestà a renderlo autentico.
Bellissima anche l’idea del paese “allargato”: non più solo un luogo geografico, ma una comunità diffusa nel mondo. È una chiave moderna e necessaria per leggere il destino dei borghi. Non più solo nostalgia del ritorno, ma costruzione di legami vivi, anche a distanza.
Colpisce anche il lavoro che descrivi: libri, gruppi, archivio. Non è solo racconto, è impegno concreto per custodire memoria e identità. In un certo senso, è un modo di restituire al paese ciò che ti ha dato, trasformando la distanza in presenza.
La frase che resta dentro è questa: “un borgo muore davvero solo quando viene dimenticato.”
E il tuo testo dimostra esattamente il contrario: San Donato non solo non è dimenticato, ma continua a vivere, a parlare, a trasformarsi attraverso chi lo porta nel cuore.
È un racconto che non parla solo di un paese, ma di un’intera generazione. E forse anche di un destino condiviso.