Luigi Gigiotto Bisignani
A Vàneddra do Cori
Lettera da San Donato di Ninea, dove ogni scalino custodisce un segreto
Ci sono luoghi che non si cancellano, anche quando il tempo li svuota. Restano lì, in silenzio, ma continuano a parlare a chi li ha vissuti davvero. La mia vàneddra era una di queste: via 24 Maggio, vico II. Un filo di pietra stretto tra le case, una scala che non portava solo in alto o in basso, ma dentro la vita.
Un tempo ogni scalino custodiva un segreto. Non segreti grandi, ma quelli che fanno comunità: un saluto gridato dalla finestra, una sedia fuori dalla porta, una risata che scivolava giù come l’acqua dopo la pioggia. La via era viva, abitata da volti, nomi, storie intrecciate come le radici sotto i muri.
Ricordo la famiglia Dalmazio e gli Sparano, con gli amici Pasqualino, Orazio e Maria Pia. Vicinzuddru e Celina, con Maria e Franca, sempre presenti, sempre parte di tutto. Carmeluccia e Rafeli, con Luigi e Vicinzinu, che sembravano non mancare mai. Zia Maria e ziu Binidittu, colonne della vàneddra, memoria viva di un tempo che non voleva essere dimenticato.
Più giù, zia Gangiulina i Sacchiettu, sempre indaffarata, sempre pronta a dire una parola buona. Attorno a lei Rosetta, Irma, Armando, Giuvanni, Albertu e Minucciu: un piccolo mondo che bastava a se stesso. Alla curva, zia Rusina i Ciuonciu e ziu Binignu, custodi silenziosi della strada. E poi Mariucciu e Franchinu, presenze leggere ma indispensabili. E uscendo da vanddra salendo verso la piazzetta c’erano Elena e Lucia due belle ragazze della nostra via 24 Maggio.
Questa era la mia vàneddra.
Non una semplice via, ma una famiglia allargata. Un luogo dove si cresceva insieme, dove nessuno era solo, dove anche il silenzio aveva compagnia.
Davanti casa mia c’era ziu Carlu.
Un uomo che era un pozzo di storia. Mi raccontava ogni giorno episodi della guerra: la paura, la fame, la solidarietà, il coraggio silenzioso della gente. Io lo ascoltavo rapito, seduto lì, mentre la via respirava intorno a noi. Le sue parole erano lezioni di vita, raccontate senza libri, senza cattedre, solo con la verità di chi aveva visto e vissuto.
E poi c’era il rito.
Sempre lo stesso, ogni giorno.
Scendevo le scale e gridavo forte, perché così si faceva:
«Franchi?
Mariù?
Scendiamo ara chiazza?»
Era una chiamata semplice, ma era tutto. Bastava quella frase per far aprire le porte, per far partire le corse, per riempire il pomeriggio di giochi e libertà. Era il segnale che la giornata poteva cominciare davvero.
È lì che ho passato i più bei anni della mia gioventù.
Anni fatti di poco, ma di tutto ciò che conta davvero: amicizie sincere, famiglie che erano più di famiglie, legami che non avevano bisogno di spiegazioni. In quella vàneddra ho imparato il rispetto, la condivisione, la pazienza, la forza di una comunità. Ho imparato che la ricchezza non è ciò che possiedi, ma le persone che ti camminano accanto.
Oggi, però, quella vàneddra è deserta.
Tutto è chiuso: porte, finestre, speranze. Le tegole sono rotte, le porte sfondate, i muri stanchi. La natura, piano piano, si sta riprendendo il suo spazio: l’erba sale tra le scale, le piante si aggrappano alle crepe, come se cercassero di riportare la vita dove l’uomo l’ha lasciata andare via. È un ritorno alle origini, ma senza voci, senza passi, senza bambini che corrono.
Oggi quella voce non rimbalza più sui muri.
La vàneddra non risponde.
Ma dentro di me è ancora piena: di nomi, di volti, di storie. Perché certi luoghi non muoiono mai del tutto. Finché qualcuno li ricorda, finché qualcuno li racconta, continuano a vivere.
E la mia, anche se ora è vuota e silenziosa, resta per sempre la mia vàneddra di via 24 Maggio, vico II.
Non una strada qualunque, ma il luogo dove sono diventato ciò che sono.





1 commento
Autore
… È un racconto che profuma di vita vera. Poche parole, nomi semplici, gesti quotidiani: eppure dentro c’è un’intera comunità, un tempo che non torna ma non se ne va. La tua vàneddra oggi è vuota, ma sulla pagina è piena di voci. E finché qualcuno le ascolta, non sarà mai davvero deserta.