Luigi “Gigiotto “Bisignani
San Donato di Ninea: il richiamo eterno delle radici.
Pur vivendo lontano in Europa, in Francia, da oltre mezzo secolo, non posso certo dimenticare che le mie origini e una parte del mio cuore sono ancora lì: San Donato di Ninea (CS), in Calabria.
Ci sono luoghi che non sono semplicemente punti su una carta geografica, ma coordinate dell’anima. Per me, quel piccolo borgo arroccato tra le montagne del Pollino è molto più di un paese: è memoria, identità, appartenenza.
Quando si parte giovani, spesso lo si fa con una valigia leggera e un carico pesante di sogni. Si lascia la propria terra inseguendo opportunità, futuro, dignità. Ma insieme ai sogni si portano dietro le voci, i profumi, le pietre antiche delle strade percorse da bambini. Anche dopo cinquant’anni, quelle immagini restano intatte, come fotografie custodite nel cassetto più prezioso della mente.
San Donato di Ninea non è solo il luogo dove sono nato: è il teatro delle prime scoperte, delle amicizie sincere, delle feste di paese illuminate da luci semplici ma cariche di emozione. È il suono delle campane che scandivano il tempo, il profilo della chiesa che dominava il paesaggio, le montagne che sembravano proteggere ogni casa come un abbraccio silenzioso.
Vivere lontano, in Europa, in Francia o
Oltreoceano significa imparare a convivere con una nuova realtà, adattarsi a nuove abitudini, costruire una vita in un contesto diverso. Significa anche conoscere la nostalgia. Non quella malinconia sterile che immobilizza, ma una nostalgia viva, che diventa forza. Perché le radici non trattengono: sostengono. Sapere da dove si viene aiuta a capire chi si è diventati.
In mezzo secolo il mondo è cambiato, e anche San Donato è cambiato. Ma non nel modo che si potrebbe sperare. La sola cosa che appare davvero trasformata sono le case: troppe, ormai, sono chiuse. Porte serrate, finestre che non si aprono più, luci che non si accendono la sera. Segni silenziosi di un paese che si è lentamente svuotato. La discesa demografica parla da sola: da circa quattromila abitanti si è passati a poco più di mille persone. Un numero che non è solo statistica, ma storia di partenze, di assenze, di vite ricostruite altrove.
Le strade, un tempo animate da voci, passi e saluti gridati da un balcone all’altro, oggi appaiono spesso deserte. Si avverte un silenzio diverso, non quello della serenità, ma quello dell’attesa. Un silenzio che racconta di bambini che non giocano più nelle piazze, di giovani costretti a cercare altrove un futuro che il paese non riusciva più a offrire.
Anche il tessuto commerciale porta i segni di questa lenta erosione. Quasi tutte le botteghe hanno abbassato le saracinesche. I negozi che una volta erano punti di ritrovo, luoghi di incontro e di scambio umano prima ancora che economico, oggi sono soltanto ricordi. Ogni chiusura è stata una piccola ferita inflitta alla vita quotidiana della comunità. Perché un negozio che chiude non è solo un’attività che termina: è un pezzo di socialità che si spegne.
Eppure, nonostante tutto, San Donato di Ninea non ha perso la sua anima. È rimasta intatta la dignità di chi è restato, di chi continua ad aprire la porta ogni mattina, di chi custodisce le chiavi della memoria collettiva e non vuole arrendersi allo spopolamento. Le pietre sono le stesse, il profilo del paese è lo stesso, il legame con la terra è lo stesso. È cambiato il numero delle presenze, ma non la profondità delle radici.
Spesso mi chiedono se, dopo così tanti anni vissuti lontano, mi senta più di qui o di lì. La verità è che il cuore non conosce confini. Si può amare la terra che ti ha accolto senza tradire quella che ti ha generato. L’emigrazione non è una frattura: è un ponte. Un ponte tra passato e presente, tra memoria e futuro.
Ogni volta che penso a San Donato di Ninea, non vedo solo un luogo fisico. Vedo i sacrifici dei miei genitori, la dignità della gente semplice, la forza di una terra aspra ma generosa. Vedo il valore della parola data, del rispetto, dell’onestà. Valori che mi hanno accompagnato anche lontano, in Francia, e che hanno guidato ogni mia scelta.
C’è un filo invisibile che lega chi parte alla propria terra. Non si spezza con la distanza, non si consuma con il tempo. Anzi, a volte si rafforza. Perché più ci si allontana, più si comprende l’importanza delle proprie origini. San Donato non è rimasto solo nei ricordi: vive nelle mie abitudini, nel mio modo di pensare, nel mio accento che tradisce sempre un’appartenenza profonda.
Forse non si può tornare davvero al passato. Ma si può custodirlo con rispetto. E ogni volta che pronuncio il nome del mio paese, sento che non è solo una parola: è una dichiarazione d’amore.
Perché si può vivere lontano, in Europa, in Francia, oltreoceano per tutta una vita, costruire successi, affrontare sfide, creare nuove radici. Ma quelle prime, quelle piantate nella terra di San Donato di Ninea, restano per sempre. Sono il punto di partenza e, in fondo, anche il punto di ritorno.
INGLESE
San Donato di Ninea: the eternal pull of one’s roots
Although I have been living far away in Europe, in France, for more than half a century, I certainly cannot forget that my origins and a part of my heart are still there: in San Donato di Ninea, in Calabria. There are places that are not merely points on a map, but true coordinates of the soul. For me, that small village perched among the mountains of the Pollino is far more than a town: it is memory, identity, belonging.
When one leaves at a young age, it is often with a light suitcase and a heavy load of dreams. One leaves one’s land in search of opportunity, a future, dignity. Yet together with those dreams, one carries along voices, scents, the ancient stones of the streets walked as a child. Even after fifty years, those images remain intact, like photographs kept in the most precious drawer of the mind.
San Donato di Ninea is not only the place where I was born; it is the stage of my first discoveries, of sincere friendships, of village festivals lit by simple lights yet filled with emotion. It is the sound of the bells marking the passing of time, the outline of the church dominating the landscape, the mountains that seemed to protect every house like a silent embrace.
Living far away, in Europe, in France, means learning to live within a new reality, adapting to new habits, building a life in a different context. It also means learning what nostalgia is. Not the sterile melancholy that paralyzes, but a living nostalgia that becomes strength. Because roots do not restrain us: they support us. Knowing where one comes from helps to understand who one has become.
Over half a century, the world has changed, and San Donato has changed as well—but not in the way one might have hoped. The only thing that seems truly different is the houses: too many of them are now closed. Shut doors, windows that no longer open, lights that no longer turn on in the evening. Silent signs of a village that has slowly emptied. The demographic decline speaks for itself: from about four thousand inhabitants, the population has dropped to just over one thousand. A number that is not merely a statistic, but a story of departures, absences, and lives rebuilt elsewhere.
The streets, once animated by voices, footsteps, and greetings shouted from one balcony to another, now often appear deserted. One senses a different kind of silence—not the silence of peace, but the silence of waiting. A silence that speaks of children who no longer play in the squares, of young people forced to seek elsewhere a future that the village could no longer offer.
The commercial fabric bears the marks of this slow erosion as well. Almost all the shops have pulled down their shutters. The small businesses that once served as meeting points, places of human connection before economic exchange, are now only memories. Every closure has been a small wound inflicted on daily life. Because a shop that closes is not merely a business that ends; it is a piece of community that fades away.
And yet, despite everything, San Donato di Ninea has not lost its soul. What remains intact is the dignity of those who stayed, of those who still open their doors every morning, of those who guard the keys to a collective memory and refuse to surrender to depopulation. The stones are the same, the outline of the village is the same, the bond with the land is the same. What has changed is the number of people present, not the depth of the roots.
People often ask me whether, after so many years spent far away, I feel more from here or from there. The truth is that the heart knows no borders. One can love the land that welcomed you without betraying the land that gave you life. Emigration is not a fracture; it is a bridge—a bridge between past and present, between memory and future.
Whenever I think of San Donato di Ninea, I do not see only a physical place. I see the sacrifices of my parents, the dignity of simple people, the strength of a harsh yet generous land. I see the value of one’s word, of respect, of honesty—values that accompanied me even far away, in France, and that have guided every choice I have made.
There is an invisible thread that binds those who leave to their homeland. It does not break with distance, nor does it wear away with time. On the contrary, sometimes it grows stronger. Because the farther one goes, the more one understands the importance of one’s origins. San Donato has not remained only in memory; it lives in my habits, in my way of thinking, in my accent, which always betrays a deep sense of belonging.
Perhaps one cannot truly return to the past. But one can preserve it with respect. And every time I pronounce the name of my village, I feel that it is not just a word: it is a declaration of love.
Because one can live far away, in Europe, in France, for an entire lifetime—building successes, facing challenges, creating new roots. But the first ones, those planted in the land of San Donato di Ninea, remain forever. They are the point of departure and, in the end, also the point of return.
SPAGNOLO
San Donato di Ninea: el llamado eterno de las raíces
Aunque llevo más de medio siglo viviendo lejos, en Europa, en Francia, no puedo olvidar que mis orígenes y una parte de mi corazón siguen allí: en San Donato di Ninea, en Calabria. Hay lugares que no son solo puntos en un mapa, sino verdaderas coordenadas del alma. Para mí, ese pequeño pueblo encaramado entre las montañas del Pollino es mucho más que un lugar: es memoria, identidad, pertenencia.
Cuando uno se marcha siendo joven, a menudo lo hace con una maleta ligera y una carga pesada de sueños. Se deja la propia tierra en busca de oportunidades, de un futuro, de dignidad. Pero junto con esos sueños se llevan las voces, los aromas, las piedras antiguas de las calles recorridas en la infancia. Incluso después de cincuenta años, esas imágenes permanecen intactas, como fotografías guardadas en el cajón más preciado de la mente.
San Donato di Ninea no es solo el lugar donde nací; es el escenario de los primeros descubrimientos, de amistades sinceras, de fiestas del pueblo iluminadas por luces sencillas pero llenas de emoción. Es el sonido de las campanas marcando el paso del tiempo, la silueta de la iglesia dominando el paisaje, las montañas que parecían proteger cada casa como un abrazo silencioso.
Vivir lejos, en Europa, en Francia, significa aprender a convivir con una nueva realidad, adaptarse a nuevas costumbres, construir una vida en un contexto diferente. También significa conocer la nostalgia. No esa melancolía estéril que paraliza, sino una nostalgia viva que se convierte en fuerza. Porque las raíces no atan: sostienen. Saber de dónde se viene ayuda a comprender quién se ha llegado a ser.
En más de medio siglo el mundo ha cambiado, y San Donato también ha cambiado, pero no de la manera que uno habría deseado. Lo único que parece haber cambiado de verdad son las casas: demasiadas están hoy cerradas. Puertas clausuradas, ventanas que ya no se abren, luces que no se encienden por la noche. Señales silenciosas de un pueblo que se ha ido vaciando lentamente. El descenso demográfico habla por sí solo: de unos cuatro mil habitantes se ha pasado a poco más de mil. Un número que no es solo una estadística, sino la historia de partidas, de ausencias, de vidas reconstruidas en otros lugares.
Las calles, antes animadas por voces, pasos y saludos gritados de un balcón a otro, hoy aparecen a menudo desiertas. Se percibe un silencio distinto, no el de la paz, sino el de la espera. Un silencio que habla de niños que ya no juegan en las plazas, de jóvenes obligados a buscar en otro lugar un futuro que el pueblo ya no podía ofrecer.
El tejido comercial también muestra las huellas de esta lenta erosión. Casi todos los comercios han bajado sus persianas. Las tiendas que antes eran puntos de encuentro, lugares de relación humana antes que de intercambio económico, hoy son solo recuerdos. Cada cierre ha sido una pequeña herida infligida a la vida cotidiana. Porque un comercio que cierra no es solo una actividad que termina: es un fragmento de comunidad que se apaga.
Y sin embargo, a pesar de todo, San Donato di Ninea no ha perdido su alma. Permanece intacta la dignidad de quienes se quedaron, de quienes siguen abriendo la puerta cada mañana, de quienes custodian las llaves de una memoria colectiva y se niegan a rendirse al despoblamiento. Las piedras son las mismas, el perfil del pueblo es el mismo, el vínculo con la tierra es el mismo. Lo que ha cambiado es el número de personas presentes, no la profundidad de las raíces.
A menudo me preguntan si, después de tantos años vividos lejos, me siento más de aquí o de allí. La verdad es que el corazón no conoce fronteras. Se puede amar la tierra que te acogió sin traicionar la tierra que te dio la vida. La emigración no es una fractura: es un puente. Un puente entre pasado y presente, entre memoria y futuro.
Cada vez que pienso en San Donato di Ninea, no veo solo un lugar físico. Veo los sacrificios de mis padres, la dignidad de la gente sencilla, la fuerza de una tierra áspera pero generosa. Veo el valor de la palabra dada, del respeto, de la honestidad, valores que me han acompañado incluso lejos, en Francia, y que han guiado cada una de mis decisiones.
Existe un hilo invisible que une a quien se marcha con su tierra. No se rompe con la distancia ni se desgasta con el tiempo. Al contrario, a veces se fortalece. Porque cuanto más lejos se está, más se comprende la importancia de los propios orígenes. San Donato no ha quedado solo en los recuerdos: vive en mis hábitos, en mi manera de pensar, en mi acento, que siempre delata una pertenencia profunda.
Tal vez no se pueda regresar verdaderamente al pasado. Pero sí se puede conservarlo con respeto. Y cada vez que pronuncio el nombre de mi pueblo, siento que no es solo una palabra: es una declaración de amor.
Porque se puede vivir lejos, en Europa, en Francia, durante toda una vida, construir logros, afrontar desafíos, crear nuevas raíces. Pero las primeras, las plantadas en la tierra de San Donato di Ninea, permanecen para siempre. Son el punto de partida y, al final, también el punto de regreso.
TEDESCO
San Donato di Ninea: der ewige Ruf der Wurzeln
Obwohl ich seit mehr als einem halben Jahrhundert fern meiner Heimat, in Europa, in Frankreich, lebe, kann ich nicht vergessen, dass meine Ursprünge und ein Teil meines Herzens noch immer dort sind: in San Donato di Ninea in Kalabrien. Es gibt Orte, die nicht nur Punkte auf einer Landkarte sind, sondern wahre Koordinaten der Seele. Für mich ist dieses kleine Dorf, eingebettet in die Berge des Pollino, weit mehr als nur ein Ort: Es ist Erinnerung, Identität und Zugehörigkeit.
Wenn man in jungen Jahren aufbricht, tut man es oft mit einem leichten Koffer und einer schweren Last voller Träume. Man verlässt seine Heimat auf der Suche nach Chancen, nach Zukunft, nach Würde. Doch mit diesen Träumen nimmt man auch Stimmen, Düfte und die alten Steine der Straßen mit, die man als Kind entlanggegangen ist. Selbst nach fünfzig Jahren bleiben diese Bilder lebendig, wie Fotografien, die im kostbarsten Fach der Erinnerung aufbewahrt werden.
San Donato di Ninea ist nicht nur der Ort, an dem ich geboren wurde; es ist die Bühne meiner ersten Entdeckungen, aufrichtiger Freundschaften und der Dorffeste, die von einfachen Lichtern erhellt, aber von großer Emotion erfüllt waren. Es ist das Läuten der Glocken, das die Zeit bestimmte, die Silhouette der Kirche, die das Landschaftsbild prägte, die Berge, die jedes Haus wie eine stille Umarmung zu schützen schienen.
Fern zu leben, in Europa, in Frankreich, bedeutet, sich einer neuen Realität anzupassen, neue Gewohnheiten anzunehmen und sich ein Leben in einem anderen Umfeld aufzubauen. Es bedeutet auch, die Sehnsucht kennenzulernen. Nicht jene lähmende Melancholie, sondern eine lebendige Sehnsucht, die zur Kraft wird. Denn Wurzeln halten uns nicht fest – sie tragen uns. Zu wissen, woher man kommt, hilft zu verstehen, wer man geworden ist.
In mehr als einem halben Jahrhundert hat sich die Welt verändert, und auch San Donato hat sich verändert – jedoch nicht so, wie man es sich erhofft hätte. Am deutlichsten sieht man es an den Häusern: Zu viele stehen heute leer. Verschlossene Türen, Fenster, die sich nicht mehr öffnen, Lichter, die abends nicht mehr angehen. Stille Zeichen eines Dorfes, das sich langsam entvölkert hat. Der demografische Rückgang spricht für sich: Von etwa viertausend Einwohnern ist die Zahl auf etwas mehr als tausend gesunken. Eine Zahl, die nicht nur Statistik ist, sondern von Abschieden, Abwesenheiten und anderswo neu aufgebauten Leben erzählt.
Die Straßen, einst erfüllt von Stimmen, Schritten und Zurufen von Balkon zu Balkon, wirken heute oft verlassen. Man spürt eine andere Art von Stille – nicht die der Ruhe, sondern die des Wartens. Eine Stille, die davon erzählt, dass Kinder nicht mehr auf den Plätzen spielen und junge Menschen gezwungen waren, anderswo eine Zukunft zu suchen, die das Dorf nicht mehr bieten konnte.
Auch das Geschäftsleben trägt die Spuren dieses langsamen Niedergangs. Fast alle Läden haben ihre Rollläden heruntergelassen. Die Geschäfte, die einst Treffpunkte und Orte menschlicher Begegnung waren, bevor sie Orte des wirtschaftlichen Austauschs waren, sind heute nur noch Erinnerungen. Jede Schließung war eine kleine Wunde im Alltag der Gemeinschaft. Denn wenn ein Geschäft schließt, endet nicht nur eine Tätigkeit – ein Stück Gemeinschaft erlischt.
Und dennoch hat San Donato di Ninea trotz allem seine Seele nicht verloren. Ungebrochen ist die Würde derjenigen, die geblieben sind, die jeden Morgen ihre Türen öffnen, die die Schlüssel einer kollektiven Erinnerung bewahren und sich der Entvölkerung nicht kampflos ergeben. Die Steine sind dieselben, das Profil des Dorfes ist dasselbe, die Verbundenheit mit dem Land ist dieselbe. Verändert hat sich nur die Zahl der Menschen, nicht aber die Tiefe der Wurzeln.
Oft werde ich gefragt, ob ich mich nach so vielen Jahren in der Ferne mehr hier oder mehr dort zugehörig fühle. Die Wahrheit ist: Das Herz kennt keine Grenzen. Man kann das Land lieben, das einen aufgenommen hat, ohne das Land zu verraten, das einem das Leben geschenkt hat. Emigration ist kein Bruch, sondern eine Brücke – eine Brücke zwischen Vergangenheit und Gegenwart, zwischen Erinnerung und Zukunft.
Wenn ich an San Donato di Ninea denke, sehe ich nicht nur einen geografischen Ort. Ich sehe die Opfer meiner Eltern, die Würde einfacher Menschen, die Stärke eines rauen und zugleich großzügigen Landes. Ich sehe den Wert des gegebenen Wortes, des Respekts, der Ehrlichkeit – Werte, die mich auch fern der Heimat, in Frankreich, begleitet und jede meiner Entscheidungen geleitet haben.
Es gibt einen unsichtbaren Faden, der diejenigen, die gehen, mit ihrer Heimat verbindet. Er reißt nicht durch die Entfernung und nutzt sich nicht mit der Zeit ab. Im Gegenteil, manchmal wird er stärker. Denn je weiter man sich entfernt, desto mehr begreift man die Bedeutung der eigenen Herkunft. San Donato ist nicht nur Erinnerung geblieben: Es lebt in meinen Gewohnheiten, in meiner Denkweise, in meinem Akzent, der stets eine tiefe Zugehörigkeit verrät.
Vielleicht kann man nicht wirklich in die Vergangenheit zurückkehren. Aber man kann sie mit Respekt bewahren. Und jedes Mal, wenn ich den Namen meines Dorfes ausspreche, spüre ich, dass es nicht nur ein Wort ist: Es ist eine Liebeserklärung.
FRANCESE
San Donato di Ninea : l’appel éternel des racines
Bien que je vive loin, en Europe, en France, depuis plus d’un demi-siècle, je ne peux certainement pas oublier que mes origines et une partie de mon cœur sont toujours là : à San Donato di Ninea (CS), en Calabre.
Il existe des lieux qui ne sont pas simplement des points sur une carte géographique, mais de véritables coordonnées de l’âme. Pour moi, ce petit bourg perché entre les montagnes du Pollino est bien plus qu’un village : c’est la mémoire, l’identité, l’appartenance.
Quand on part jeune, on le fait souvent avec une valise légère et un lourd bagage de rêves. On quitte sa terre à la recherche d’opportunités, d’avenir, de dignité. Mais avec ces rêves, on emporte aussi les voix, les parfums, les pierres anciennes des rues parcourues durant l’enfance. Même après cinquante ans, ces images demeurent intactes, comme des photographies conservées dans le tiroir le plus précieux de la mémoire.
San Donato di Ninea n’est pas seulement le lieu où je suis né : c’est le théâtre des premières découvertes, des amitiés sincères, des fêtes de village éclairées de lumières simples mais chargées d’émotion. C’est le son des cloches qui rythmaient le temps, le profil de l’église dominant le paysage, les montagnes qui semblaient protéger chaque maison comme une étreinte silencieuse.
Vivre loin, en Europe, en France ou outre-mer, signifie apprendre à cohabiter avec une nouvelle réalité, s’adapter à de nouvelles habitudes, construire une vie dans un contexte différent. Cela signifie aussi faire connaissance avec la nostalgie. Pas celle, stérile, qui paralyse, mais une nostalgie vivante, qui devient une force. Car les racines ne retiennent pas : elles soutiennent. Savoir d’où l’on vient aide à comprendre qui l’on est devenu.
En un demi-siècle, le monde a changé, et San Donato a changé lui aussi. Mais pas de la manière que l’on pourrait espérer. La seule chose qui semble véritablement transformée, ce sont les maisons : trop nombreuses sont désormais fermées. Portes closes, fenêtres qui ne s’ouvrent plus, lumières qui ne s’allument plus le soir. Des signes silencieux d’un village qui s’est lentement vidé. Le déclin démographique parle de lui-même : d’environ quatre mille habitants, on est passé à un peu plus de mille personnes. Un chiffre qui n’est pas qu’une statistique, mais l’histoire de départs, d’absences, de vies reconstruites ailleurs.
Les rues, autrefois animées de voix, de pas et de salutations criées d’un balcon à l’autre, apparaissent aujourd’hui souvent désertes. On y ressent un silence différent, non pas celui de la sérénité, mais celui de l’attente. Un silence qui raconte l’absence d’enfants jouant sur les places, de jeunes contraints de chercher ailleurs un avenir que le village ne pouvait plus offrir.
Le tissu commercial porte lui aussi les marques de cette lente érosion. Presque toutes les boutiques ont baissé leur rideau. Les commerces qui étaient autrefois des lieux de rencontre, d’échange humain avant même d’être économiques, ne sont plus que des souvenirs. Chaque fermeture a été une petite blessure infligée à la vie quotidienne de la communauté. Car un commerce qui ferme n’est pas seulement une activité qui s’arrête : c’est un morceau de sociabilité qui s’éteint.
Et pourtant, malgré tout, San Donato di Ninea n’a pas perdu son âme. La dignité de ceux qui sont restés est intacte, de ceux qui continuent d’ouvrir leur porte chaque matin, de ceux qui gardent les clés de la mémoire collective et refusent de se rendre au dépeuplement. Les pierres sont les mêmes, le profil du village est le même, le lien avec la terre est le même. Le nombre de présences a changé, mais pas la profondeur des racines.
On me demande souvent si, après tant d’années vécues loin, je me sens davantage d’ici ou de là-bas. La vérité est que le cœur ne connaît pas de frontières. On peut aimer la terre qui vous a accueilli sans trahir celle qui vous a donné naissance. L’émigration n’est pas une rupture : c’est un pont. Un pont entre le passé et le présent, entre la mémoire et l’avenir.
Chaque fois que je pense à San Donato di Ninea, je ne vois pas seulement un lieu physique. Je vois les sacrifices de mes parents, la dignité des gens simples, la force d’une terre âpre mais généreuse. Je vois la valeur de la parole donnée, du respect, de l’honnêteté. Des valeurs qui m’ont accompagné même loin, en France, et qui ont guidé chacun de mes choix.
Il existe un fil invisible qui relie ceux qui partent à leur terre. Il ne se rompt pas avec la distance, il ne s’use pas avec le temps. Au contraire, parfois, il se renforce. Car plus on s’éloigne, plus on comprend l’importance de ses origines. San Donato n’est pas resté seulement dans les souvenirs : il vit dans mes habitudes, dans ma façon de penser, dans mon accent qui trahit toujours une appartenance profonde.
Peut-être ne peut-on pas vraiment revenir au passé. Mais on peut le préserver avec respect. Et chaque fois que je prononce le nom de mon village, je sens que ce n’est pas seulement un mot : c’est une déclaration d’amour.
Car on peut vivre loin, en Europe, en France, outre-mer toute une vie, bâtir des réussites, affronter des défis, créer de nouvelles racines. Mais les premières, celles plantées dans la terre de San Donato di Ninea, demeurent pour toujours. Elles sont le point de départ et, au fond, aussi le point de retour.


1 commento
Autore
Che parole profonde e autentiche. ❤️
Le radici non sono catene che ci trattengono, ma fondamenta che ci sostengono. Anche quando la vita ci porta lontano, il legame con la propria terra resta vivo, fatto di memoria, sacrifici e valori che non si perdono nel tempo.
San Donato di Ninea non è solo un luogo, ma un’identità che continua a vivere nel cuore di chi è partito. Un pensiero che tocca tutti noi che, pur avendo costruito altrove il nostro futuro, non abbiamo mai smesso di appartenere alle nostre origini.