San Donato di Ninea, il paese che si svuota.

Luigi Gigiotto Bisignani 

San Donato di Ninea, il paese che si svuota.

Numeri, voci e silenzi di una comunità in cerca di futuro

San Donato di Ninea è uno dei tanti piccoli comuni dell’entroterra calabrese che negli ultimi decenni ha conosciuto un lento ma costante processo di spopolamento. Un fenomeno che non si limita ai numeri, ma che si riflette nel tessuto sociale, nell’economia locale e nella quotidianità di chi ha scelto di restare.

Negli anni Settanta il paese contava quasi 4.000 abitanti. Le attività commerciali erano numerose, le scuole piene fino alle medie, i servizi essenziali garantiti. Le strade erano animate, le case aperte, la vita sociale si svolgeva all’aperto, tra piazze e vicoli.

Oggi la situazione è profondamente cambiata. I residenti sono poco più di 1.000, con una perdita di oltre il 75% della popolazione in circa cinquant’anni. Le attività commerciali si sono ridotte drasticamente: restano due bar e una farmacia. Le scuole sono quasi vuote, con classi sempre più ridotte e il timore costante di ulteriori accorpamenti.

📊 Andamento demografico (stime su dati storici e Istat)

• Anni 1970: ~4.000 abitanti

• Anni 1990: ~2.800 abitanti

• 2010: ~1.800 abitanti

• 2025: ~1.050 abitanti

Passeggiando per il paese, il cambiamento è evidente. Dove prima c’erano tante case aperte, oggi si notano edifici abbandonati, finestre e balconi chiusi. Le sedie davanti alle porte, simbolo di socialità e dialogo, sono scomparse. Al loro posto il silenzio, rotto solo dal passo di pochi residenti o dalla presenza di cani e gatti randagi.

«Una volta si stava fuori fino a tardi, si parlava, ci si aiutava», racconta Giuseppe, 78 anni. «Oggi le strade sono vuote. Il paese non è cambiato, siamo cambiati noi perché ce ne siamo andati».

Lo spopolamento ha colpito duramente anche l’economia locale. Molte botteghe storiche hanno chiuso, lasciando serrande abbassate che raccontano un passato recente fatto di lavoro e relazioni.

«Ho tenuto il mio negozio finché ho potuto», spiega Maria, ex commerciante. «Ma senza gente, senza giovani, non c’era più futuro. Quando chiude un negozio, non è solo un’attività che sparisce, è un pezzo di paese che se ne va».

Le scuole rappresentano forse il simbolo più doloroso di questo declino. Dove un tempo c’erano aule piene, oggi restano pochi alunni.

    • «Una scuola che si svuota è il segnale più chiaro di un paese che invecchia», afferma Vincenzo , insegnante in pensione. «La scuola non è solo istruzione, è comunità, è futuro».

Un fenomeno diffuso: il confronto con altri comuni

San Donato di Ninea non è un caso isolato. Il confronto con altri paesi dell’area mostra una tendenza comune:

Altomonte: calo più contenuto grazie a investimenti nel turismo culturale

Mormanno: forte riduzione demografica nonostante la presenza del Parco del Pollino

Sant’Agata di Esaro: da circa 6.000 abitanti a meno di 2.000

Papasidero: popolazione più che dimezzata in pochi decenni

I dati dimostrano che, dove sono mancate politiche di sviluppo strutturali, il declino è stato più rapido e profondo.

Eppure, secondo molti, San Donato non è un paese povero. Il territorio offre risorse naturali, paesaggi, storia e tradizioni che potrebbero rappresentare una base concreta per un rilancio.

«Questo paese potrebbe vivere di turismo lento, di natura, di identità», sostiene Francesca, rientrata dopo anni fuori regione. «Ma servono servizi, investimenti e una visione. La nostalgia da sola non basta».

📌 BOX INFORMATIVO

Le principali cause dello spopolamento nei piccoli comuni

Emigrazione giovanile: mancanza di lavoro stabile

Riduzione dei servizi: scuole, sanità, trasporti

Isolamento geografico: collegamenti insufficienti

Assenza di politiche di sviluppo a lungo termine

Invecchiamento della popolazione

Il rischio concreto è che San Donato di Ninea diventi un paese vissuto solo d’estate o durante le festività, quando gli emigrati tornano ad aprire per pochi giorni le case chiuse per il resto dell’anno.

La domanda, però, resta aperta e riguarda non solo questo paese, ma molti borghi del Sud: San Donato potrà un giorno ritrovare quell’anima viva che oggi sembra mancare? La risposta dipenderà dalla capacità di trasformare le risorse in opportunità e di restituire centralità ai piccoli comuni, non come luoghi del passato, ma come spazi di futuro.

Perché un paese non muore quando perde abitanti, ma quando smette di essere pensato come luogo di vita.

Di Luigi Gigiotto Bisignani

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1 commento

  1. Il testo offre un ritratto lucido e misurato di San Donato di Ninea, riuscendo a trasformare i numeri dello spopolamento in immagini concrete e riconoscibili. Il punto di forza dell’articolo sta proprio nell’equilibrio tra dati statistici e dimensione umana: le percentuali, le curve demografiche e le stime Istat acquistano senso grazie alle voci degli abitanti, ai negozi chiusi, alle sedie scomparse davanti alle porte. È qui che il fenomeno smette di essere astratto e diventa esperienza quotidiana.

    Particolarmente efficace è l’idea che lo spopolamento non sia solo una questione quantitativa, ma una trasformazione profonda del tessuto sociale. Il silenzio delle strade, la rarefazione delle relazioni, la chiusura delle scuole e delle botteghe vengono raccontati come segnali di una comunità che perde progressivamente la propria funzione vitale. La frase “quando chiude un negozio, non è solo un’attività che sparisce, è un pezzo di paese che se ne va” sintetizza bene questa dimensione simbolica.

    Interessante anche il confronto con altri comuni come Altomonte, Mormanno, Sant’Agata di Esaro e Papasidero, che colloca San Donato all’interno di una dinamica territoriale più ampia. Questo passaggio rafforza il messaggio: non si tratta di un destino individuale o inevitabile, ma del risultato di scelte (o mancate scelte) politiche e di sviluppo. Il riferimento al Parco del Pollino sottolinea inoltre come la sola presenza di risorse naturali non basti, se non è accompagnata da strategie strutturate.

    Il testo evita la retorica nostalgica fine a se stessa e, pur mantenendo un tono malinconico, introduce una prospettiva critica e propositiva. L’idea che San Donato non sia “un paese povero” ma un territorio con potenzialità inespresse apre uno spiraglio di futuro e sposta l’attenzione dalla perdita alla possibilità. La testimonianza di chi rientra dopo anni fuori regione è emblematica: la nostalgia, da sola, non salva i paesi, se non è sostenuta da servizi, lavoro e visione.

    Nel complesso, l’articolo riesce a porre una domanda che va oltre il singolo caso e chiama in causa l’intero Mezzogiorno: i piccoli comuni devono essere pensati come luoghi del passato o come spazi di vita contemporanea? La chiusura è particolarmente riuscita, perché ribalta il concetto di “morte” dei paesi: non è la diminuzione degli abitanti a decretarla, ma l’assenza di un progetto. Ed è proprio questa consapevolezza che rende il pezzo non solo una denuncia, ma anche un invito a ripensare il futuro dei borghi

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