Luigi Gigiotto Bisignani
Le domande mai fatte e le risposte che non arrivano.
Trovandomi in montagna per qualche giorno di riposo, immerso nella neve e tra alberi imbiancati, il silenzio invita alla riflessione. È come se mi affacciassi dalla finestra della casa della mia infanzia, osservando il mio paese, mentre apro il taccuino per fissare pensieri e ricordi.
Nella mia lunga carriera di giornalista e conduttore radiofonico ho imparato una verità semplice, ma spesso sottovalutata: una domanda mai fatta, e quindi rimasta senza risposta, può fare molto male. Male davvero. Non fa rumore, non lascia lividi visibili, ma scava lentamente nella mente.
In radio ho dato voce a migliaia di persone. Alcune chiamavano per raccontare, altre per denunciare, altre ancora solo per sentirsi ascoltate. Ma le storie che mi hanno colpito di più erano quelle fatte di silenzi. Di frasi interrotte. Di “avrei voluto chiedere, ma non l’ho fatto”.
Le domande non poste diventano pensieri ricorrenti. Si trasformano in ipotesi, rimpianti, sensi di colpa. “E se avessi chiesto?”, “E se la risposta fosse stata diversa?”, “E se avessi avuto il coraggio?”. La mente, quando non riceve risposte, tende a inventarle. E spesso lo fa nel modo peggiore possibile.
Dal punto di vista psicologico, una domanda rimasta sospesa può essere più pesante di una risposta dolorosa. Perché la risposta, per quanto dura, chiude una porta. Il silenzio invece la lascia socchiusa per sempre, permettendo all’ansia, al dubbio e all’autocritica di entrare ogni volta.
Ho visto relazioni spezzarsi non per quello che è stato detto, ma per ciò che non è mai stato chiesto. Ho ascoltato storie di genitori e figli separati da un “non ho osato domandare”, di amori finiti prima ancora di iniziare, di carriere deviate per paura di una risposta negativa.
In radio impari che fare domande è un atto di coraggio. Ma nella vita lo è ancora di più. Chiedere significa esporsi, accettare il rischio di sentirsi dire no, o di scoprire una verità scomoda. Ma significa anche prendersi cura di sé stessi.
Perché una risposta può ferire una volta. Una domanda mai fatta può ferire ogni giorno.
Forse non tutte le domande troveranno la risposta che speriamo. Ma farle, quasi sempre, ci restituisce qualcosa di fondamentale: la pace di averci provato. E in un mondo pieno di rumore, a volte, la vera cura è proprio questa. Avere il coraggio di rompere il silenzio.
Di Luigi Gigiotto Bisignani


1 commento
Autore
È un testo intenso, intimo, che colpisce per la sua onestà emotiva e per la capacità di trasformare un’esperienza personale in una riflessione universale. Il silenzio della montagna diventa metafora del silenzio interiore, di quelle pause della vita in cui le domande non fatte pesano più delle risposte temute.
Il valore del pezzo sta soprattutto nell’aver dato dignità al dubbio e al rimpianto, senza retorica. La voce del giornalista non è quella di chi insegna, ma di chi ha ascoltato molto e, proprio per questo, ha compreso quanto il non detto possa lasciare segni profondi. Il riferimento alla radio rafforza il messaggio: chi vive di parole conosce bene il peso del silenzio.
La chiusura è particolarmente efficace, perché ribalta una convinzione comune: non è la verità a far male, ma l’assenza di essa. È un invito implicito al coraggio, alla responsabilità emotiva verso sé stessi e gli altri. Un commento che non cerca risposte facili, ma che accompagna il lettore a guardare dentro le proprie domande rimaste sospese.