Luigi Gigiotto Bisignani
Partire per vivere, restare per resistere: la scelta difficile dei giovani di San Donato di Ninea
Ci sono paesi che non si lasciano mai davvero. Anche quando si parte, anche quando la vita porta lontano, restano addosso come un profumo che non va via. San Donato di Ninea è uno di questi. Un paese che ti cresce dentro lentamente, senza fare rumore, e che continui a portare con te ovunque tu vada.
Per molti giovani, arrivare a un certo punto della vita significa trovarsi davanti a una scelta che scelta non è: partire o restare. Partire per vivere, restare per resistere. Due verbi che raccontano molto più di quanto sembri.
Io da San Donato sono partito dopo averci vissuto i miei primi vent’anni. Anni fatti di volti familiari, di strade percorse mille volte, di stagioni che si riconoscevano dall’aria e non dal calendario. Poi è arrivato il militare, come uno spartiacque naturale tra ciò che eri e ciò che stavi per diventare. E dopo ancora l’emigrazione, la Francia, una nuova lingua, una nuova vita. Ma San Donato non è rimasto indietro. È venuto con me.
Chi parte non lo fa mai a cuor leggero. Parte perché spesso non c’è alternativa. Perché il lavoro manca, le possibilità si assottigliano, i sogni sembrano troppo grandi per strade così piccole. Si parte con una valigia piena di speranze e una testa carica di promesse: “tornerò”, “è solo per un po’”, “poi vediamo”. Ma la distanza, col tempo, diventa abitudine. E il ritorno, da certezza, si trasforma in desiderio.
Ogni partenza lascia un vuoto. Un posto in meno a tavola, una luce spenta in una casa, una voce che non si sente più in piazza. Il paese si svuota lentamente, quasi senza accorgersene. Non ci sono addii clamorosi, solo saluti veloci e occhi che evitano di incrociarsi per non farsi vedere lucidi.
E poi ci sono quelli che restano. Restano per amore, per scelta, per mancanza di alternative o per un legame troppo forte da spezzare. Restare oggi, in un piccolo paese, significa resistere. Resistere alla solitudine, ai servizi che chiudono, alle occasioni che non arrivano. Significa tenere aperte le persiane ogni mattina, curare le tradizioni, raccontare ai più giovani com’era “una volta”, sperando che quel racconto non sia solo nostalgia.
Chi resta spesso non viene raccontato abbastanza. Non fa notizia. Eppure è chi resta a tenere in vita il paese, a impedirgli di diventare solo un ricordo estivo o una fotografia sbiadita.
Il problema non è mai stato scegliere tra partire o restare. Il problema è quando partire diventa l’unico modo per vivere e restare una prova di resistenza quotidiana. In quel momento, qualcosa si spezza. Non nei giovani, ma nel rapporto tra territorio e futuro.
San Donato di Ninea non chiede compassione. Chiede possibilità. Chiede di non essere dimenticato, di non vivere solo nei ricordi di chi è andato via. Chiede che i suoi giovani possano scegliere davvero: partire per desiderio, non per necessità; restare per costruire, non per rinunciare.
Forse il futuro sta nel tenere insieme chi è lontano e chi è rimasto. Nelle idee che tornano, nelle competenze che attraversano i confini, nei legami che resistono al tempo e alla distanza. Perché si può vivere in Francia, in Germania o altrove, ma il cuore conosce una sola geografia.
E così, anche se la vita mi ha portato lontano, il pensiero torna sempre lì. A San Donato. A quel paese silenzioso che non fa rumore, ma che continua a chiamare piano. E chi ci è nato, quella voce, non smette mai di sentirla.
Luigi Gigiotto Bisignani


1 commento
Autore
Un testo intenso e sincero, che racconta con delicatezza una ferita comune a molti piccoli paesi. La storia di San Donato di Ninea diventa universale: partire non come scelta, ma come necessità; restare non come rinuncia, ma come atto di resistenza. Parole che danno dignità sia a chi va via sia a chi resta, e che chiedono una cosa semplice e profonda: la possibilità di scegliere davvero il proprio futuro.