Come eravamo:Tànnu…gusàvadi accussì.

La redazione & Minucciu

 

 La rimembranza della vita sandonatese, così come me l’hanno a suo tempo raccontata
e così come nell’infanzia e prima giovinezza l’ho vissuta

Premessa

 “Tànnu”…. “à tànnu”…parola magica, che ai tempi della mia infanzia era capace di neutralizzare qualsiasi richiesta di spiegazioni e zittire anche la minima e più velata contestazione. Se “gùnu cchjù grànni”, su una faccenda aveva assunto una decisione od ed espresso un suo parere non erano ammesse lamentele perché, spiegavano e giustificavano, la cosa era sempre stata così regolata, usava così, “a tannu” e non erano ammesse repliche.

A quello che noi ragazzi si riteneva fosse un abuso della potestà esercitata dal più anziano, l’immancabile risposta “do grànni” era “tànnu”, seguita da tutta una serie di motivazioni e spiegazioni su quali erano gli usi ed i costumi cui attenersi per evitare che “à ggènti”, su eventuali manchevolezze o inadempienze, “ nunn’avièddha parlà, judicànnu o faciènnusi gàbbu”.

Contestare o mettere in discussione radicati canoni vigenti, frutto di esperienze, costumi e tradizioni, accumulati e stratificati nel corso di secoli, significava andarsi a cercare i guai. L’audace veniva, al minimo, apostrofato e trattato “cùmu nù strunzicièddhu i mmèrda”, solo per aver osato mettere in dubbio la bontà e la validità di ciò che, ”à tànnu”, regolava e faceva funzionare perfettamente il modo di convivere e di rapportarsi col resto della comunità. Bisognava attenersi a leggi, tradizioni, usi, costumi, modi di fare e comportamenti, non scritti ma codificati ed immutabili da secoli, se non da sempre, pena la riprovazione in perpetuo. Lo “status quo” non ammetteva ritocchi o modifiche e, per le nuove generazioni, la frustrazione maggiore derivava dal fatto che il “tànnu”, cui gli anziani, giuduci inappellabili, facevano riferimento come ad una bibbia, non aveva una precisa collocazione, spaziava a comodo di chi lo invocava e poteva variare dal giorno della tua nascita e risalire fino agli albori dell’umanità; era “tànnu” e ciò era più che sufficiente e ti doveva bastare.

Sebbene, per età, possa considerarmi fra quelli che dalla tradizione potrebbero trarre vantaggio, mi sento come schiacciato dal peso, che “i grànni” mi hanno caricato sulle spalle, e che è fardello di prescrizioni generali, norme, regole e comportamenti particolari, su come era, e quale doveva in futuro essere un vero sandonatese. Sostenevano zìu Ntòniu e zìu Pascàli, ottantenni all’epoca della mia infanzia e “sàntunatìsi tuòsti”, che avevano litigato ed avevano ancora da litigare su tutto, che “sàntunatìsi abbèru òncinnèranu cchiù, cà quìri ì mò ntò paìsi ccì su nnàti e crìsciùti, nnì pàrinu sùlu mmitàti, sùnu straìni, cà òn canùscinu cchjù ì gùsanzi e si sù scurdàti pùru à parlàta”, e questo era l’unico argomento sul quale trovavano pieno e completo accordo. Alla luce di detta autorevole sentenza mi corre obbligo di non tenere per me ciò che mi è stato insegnato, lo devo condividere almeno per salvare il poco ancora salvabile dell’essere sandonatese e, contemporaneamente, esercitare una specie di rivalsa, contro le generazioni successive alla mia, le quali, presumo, il “tànnu”, ma quello autentico e vero, non lo hanno mai subito, il che mi suscita profondi sentimenti di invidia ma anche rimpianto per tutto ciò che della sandonatesità io ho guadagnato e le generazioni successive perso, forse per sempre. Basta pensare alla nostra “parlata” che, da una ricerca che sto effettuando per recuperare l’antico dialetto di area, fra cui quello sandonatese, risulta che ben l’ottanta per cento degli antichi termini dialettali sono irrimediabilmente persi e, nel parlare corrente, sostituiti da parole italiane che abbiamo adattato a dialetto. Ho anche l’intenzione di illustrare taluni degli usi, costumi e tradizioni del nostro paese, andando a pescare in quelli che sono atteggiamenti, credenze ed usanze curiose e talvolta strambe, che accompagnavano il quotidiano svolgersi della vita paesana. Parto da lontano, dai racconti che le persone anziane facevano circa il loro modo di vivere e comportarsi, con riferimenti a quello delle generazioni precedenti. Vi scodello e servo il tutto esercitando il mestiere che l’ètà mi consente, ossia il raccontare, come “tànnu” hanno fatto con la mia generazione “i grànni, i viècchi” cui rinnovo rispetto e considerazione. Confido nel buon senso dei compaesani perché ciò che andrò a raccontare non sia generalizzato, ma visto come patrimonio comune perché, ogni uso costume o tradizione si radica e sopravvive per il tramite della condivisione. Sicuramente è accaduto che le credenze, le usanze, le superstizioni, di taluni rioni, gruppi familiari o persone, non fossero interamente e completamente condivise dal resto dei sandonatesi, ma esistevano, erano conosciute e praticate e solo per questo motivo entravano di buon diritto a far parte della tradizione e del sentire comune.

Non è mia intenzione giustificare aberrazioni o dileggiare credenze radicate o mettere alla berlina abitudini, gesti od atteggiamenti che oggi potrebbero apparire quale segno di arretratezza anche culturale. Racconto solo ciò che ho appreso dai nostri anziani ed, in taluni casi, costatato personalmente. Racconto di un mondo, un modo d’essere, agire e pensare che presumo quasi scomparso, ucciso, agli inizi del XX° secolo, dall’emigrazione e dall’istruzione obbligatoria, come sostenevano zìu Ntòniu e zìu Pascàli, con buona ragione in rapporto alla loro visione del mondo che cambiava. Sono sandonatese per esserci nato ed abbastanza vissuto ed ho voluto fare questa premessa perché conosco molto bene il modo di porsi dei miei compaesani, pronti a saltare al collo di chiunque leda l’immagine del paese. Lungi da me l’idea, al paese voglio bene, un po’ meno ai miei paesani, questo per ragioni che ad un sandonatese doc è inutile spiegare; le conosce benissimo; noi montanari siamo fatti così.

Tale narrazione non può che iniziare dalla nascita, accadimento importante, non solo per un sandonatese, come vedremo nel prosieguo;

Pistoia Settembre 2012

Minùcciu

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5 commenti

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    • g.benincasa il 4 Settembre 2012 alle 1 h 02 min
    • Rispondi

    La seguirò volentieri. Giovanni

    • Gisella Tiesi il 4 Settembre 2012 alle 7 h 32 min
    • Rispondi

    Sono figlia di sandonatesi partiti in giovane età alla ricerca di un lavoro e di un futuro all’estero, con precisione in Belgio. Vi è stato poi un ritorno, per motivi di salute del babbo, in Italia – Toscana, ma questa seconda parte non rientra nei ricordi del paese.
    Quando stavamo in Belgio le vacanze erano d’obbligo presso i nonni a San Donato; quindi i miei ricordi infantili sono molto rilegati al paese, oltre ovviamente agli affetti dei nonni.
    Questa premessa per raccontare le mie sensazioni dell’estate 2012.
    Dopo tantissimi anni sono venuta con tutta la famiglia per la festa di San Donato o meglio dire sopratutto per la festa del mio zio che ha compiuto ottant’anni. Anch’egli emigrato all’estero, ed il suo compleanno è stato motivo di ritrovo dei parenti presso il paese nativo. Noi nipoti ci siamo aggregati volentieri ed è stato, in special modo per me, un’esperienza piena di emozioni. Il paese che rappresenta le mie origini mi ha fatto rifiorire quei ricordi sopiti e devo purtroppo ammettere che la realtà di oggi mi ha lasciato un misto di sensazioni. Ovviamente non tutto può rimanere come prima, le cose, i luoghi, le persone cambiano, ma andando in giro e riscoprendo alcuni posti da me frequentati ho potuto notare una certa decadenza. Non me ne vogliano i sandonatesi non è una critica, ma nei miei ricordi ho il panaio sotto casa dei nonni, ho il fabbro, il falegname etc. con le loro botteghe, mentre oggi questi personaggi che animavano la vita quotidiana del paese non ci sono più; anche alcuni luoghi da me frequentati sono stati lasciati andare, e tutto ciò ha contribuito a perdere la linfa vitale di quello che era il paese di San Donato. Purtroppo l’emigrazione è stata la motivazione iniziale e come i miei genitori non hanno fatto più ritorno (anche per il riavvicimanento dei nonni presso di noi), così persone anche più lontane hanno abbandonato il paese. Ve ne sono molti altri che invece hanno contribuito al sostentamento dei luoghi sacri ed è piacevole sapere che comunque non tutti se ne sono dimenticati.
    Ho voluto contribuire con questa piccola narrativa uno scorcio di vita che mi accomuna a tante altre persone che hanno di San Donato ricordi importanti.

    • g.benincasa il 5 Settembre 2012 alle 16 h 25 min
    • Rispondi

    Al Sig. Minucciu.
    Sa qualcosa della storia di come sono stati stabiliti i confini territoriali tra San Donato e Verbicaro? Il perchè i confini territoriali del nostro comune arrivino alle porte di Verbicaro? Mi è stata accennata, quest’etate, il giorno della festa di San Donato da una Sig.ra che ha un pò più di qualche anno di me e se Lei la dovesse conoscere con più dovizia di particolari mi farebbe piacere saperne di più. Anche se credo si tratti di fantasie popolari. Saluti! Giovanni

      • Minucciu il 5 Settembre 2012 alle 17 h 18 min
      • Rispondi

      Giovanni carissimo
      Negli ultimi tempi sono impegnato nella ricerca storico etimologica delle parole sandonatesi (ne faro un volumetto) e durante le ricerche ho riesumato termini ed anche storie del nostro paese. Pare che le questioni di confine siano sempre state causa di liti e conflitti con i viciniori. Con Verbicare pare sia andata così; per dirimere la questione, i due baroni stabilirono di trovarsi sul territorio ed il confine sarebbe stato stabilito dal momento dell’incontro. Pare che il sandonatese, furbacchione, partisse circa un paio d’ore prima sull’orario stabilito, dopo aver ubriacato il rapresentante di Verbicaro, che viaggiò dormendo legato a
      dorso di mulo.Il confine troppo vicino a Verbicaro secondo tradizione è frutto di una furbata. Saluti Minucciu

    • g.benincasa il 5 Settembre 2012 alle 17 h 45 min
    • Rispondi

    Salve Sig. Minucciu! Mi fa piacere per le fatiche che sta portando avanti che credo siano importanti anche per l’identità delle nostre origini. Mentre, per quanto concerne la storia dei confini, molto brevemente, a me l’hanno raccontata così: I due baroni dell’epoca, naturalmente assisti nella disputa, concordarono di partire dai rispettivi centri abitati e il luogo d’incontro sarebbe stato ufficialmente lo spartiacque dei confini territoriali dei due comuni. Il barone di San Donato, allo scopo di arrivare il più lontano possibile, si fece consigliare da qualche saggio della sua gente e siccome l’ora della partenza doveva essere sancita dal canto del gallo, il saggio gli consigliò di bagnarlo qualche ora prima in modo che dovendosi, il gallo, scrollare l’acqua di dosso avrebbe poi cantato e così anticipò la partenza di quel tanto che quando si incontrarono lo fecero quasi alle porte di Verbicaro. Questo è l’aneddoto. Pensavo serbasse memoria particolareggiata anche di questo. Grazie comunque! Giovanni

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