Giu 05 2020

Cùmu ghèramu: Quìri chì faciènu à mìtièri

Luigi Bisignani  "Se vuoi aiutare il giornale clicca su" --> 

 

 

 

Cùmu ghèramu: Quìri chì faciènu à mìtièri

Jì à mìtièri ghèradi à shjòrta dè sàntunatìsi chì nàscìanu pòviru e ghèradi pùru à cùnnànna ì chìnì ‘mpòvirièdi, ppì fìssàggini, ppì màlasalùti o ppì sfìrtùna.

C’è stato un lungo periodo storico in cui il benessere di una famiglia dipendeva dalla forza fisica e dallo stato di salute dei maschi di casa (marito, figli), quindi dalla loro capacità lavorativa che era interdipendente con la resistenza alla fatica.

In assenza di beni propri, l’essere forti diveniva l’unica “ricchezza” che un maschio impossidente portava in dote ad una ragazza con la quale intendeva creare una famiglia.

Altro elemento di non secondaria importanza ghèradi à bòna shiòrta, quella buona dose di fortuna che ti doveva arridere, accompagnarti sempre ed aiutarti a schivare i guai ì n’àffàscinu, dò màluòcchju, i nà fàttura, accadimenti che la superstizione popolare vedeva in agguato in ogni sguardo, in ogni parola, in qualsiasi gesto, dietro il quale si celavano sentimenti di ‘mmìdia, ràggia, gìlusìa e simili.

Tralascio l’aspetto scaramantico, che rischia di mandarmi fuori dal seminato e torno all’argomento, che il Padula affronta e sviscera, nell’articolo pubblicato sul Bruzio del 28.6.1864, quando, a modo suo, lo scrittore ha voluto illustrare il mondo della mezzadria e le ragioni d’essere dei mezzadri.

Premetto di non condividere nella sua interezza la “versione delinquenziale” che l’autore fornisce dei mezzadri della sua epoca, specie la dove attribuisce loro ogni nefandezza e tralascia le condizioni degradanti cui erano soggetti.

Padula non fa cenno alle condotte vessatorie che, proprietari e loro inviati, tenevano nei confronti dei mezzadri, specie nel periodo in cui si procedeva alla divisione del raccolto.

Il senso di appartenenza alla classe altoborghese, in questa occasione ha tradito il Padula che, invece di descrivere a fondo un mondo di sofferenza e fatica, ha intessuto una difesa dei proprietari terrieri (suoi pari?), descrivendo in maniera velenosa e senza equanimità quella gente che, per produrre “del che porre sulla tavola”, si spaccava la schiena lavorando dall’alba al tramonto.

 

In corsivo l’articolo.

”” Quando i bisogni domestici e il mancato ricolto costringono il massarotto a disfarsi dei buoi, e sgocciolano la borsa del fittaiuolo, l’uno e l’altro non hanno altro partito per vivere che di diventare mezzadri, o coloni.

Il colono diventa tale per bisogno; il ricolto o fu scarso, o consumato, l’inverno con le sue brevi, inerti e fameliche giornate è vicino, ed egli entrando nella mezzadria comincia a porre per primo patto, che il proprietario gli faccia un mutuo, gli dia una scorta in sementi, ed in bestiame, e questi ed altri debiti si pagheranno in agosto.

Stante la distanza dei fondi, la mancanza delle strade, delle quali pochissime ed a stento sono cavalcabili, e la paura dei briganti, che ci fa impallidire di tutte le stagioni, il fondo dato a mezzadria rende interamente al colono, e quasi nulla al proprietario, che non può sorvegliare i lavori, assistere alla mietitura, e alle fatiche dell’aia, e deve in tutto e per tutto rimettersi alla buona fede ed all’onestà del colono, che non ha nessuna di quelle due virtù.

Egli lo froda nella foglia, di cui si fa la stima troppo tardi, e della quale già si è giovato fino alla prima dormita dei bachi.

Lo froda nella fruttaglia, della quale vende, o serba per sè le migliori specie

Lo froda nella quantità del grano, che confida ai solchi, e che ne ritrae.

Entrato nel fondo per bisogno, ed intendendo di rimanervi finchè duri il bisogno non vi piglia amore, e trascura la coltivazione perchè sa che il prodotto servirà per intero ad estinguere i debiti da lui contratti in anticipazione col padrone.

E se trova lavoro presso il vicino, egli allettato dalla mercede corre a coltivare il fondo altrui, negligendo il proprio nondimeno il colono ha molti vantaggi: altro non divide col proprietario che il frumento, i legumi, il frumentone, e la fruttaglia; l’ortaglia è tutta sua, e solo in taluni paesi usa di portargli due volte la settimana la mancia dei cavoli, dei faggiuoli in baccelli, dei petronciani, ed infine poche reste di aglio o di cipolla.

Se nel fondo vi sono terreni novali, gli se ne accorda la coltivazione per cinque annate gratuitamente; ma pochi li coltivano, perchè, ripeto, i nostri coloni son poveri. Il padrone gli da pure una scorta o di porcelle o di porcastri, e il frutto delle prime si divide, e si divide la carne dei secondi a Carnevale.

Ma il maggiore di questi vantaggi, benchè immorale, e vergognoso, è il seguente.

Noi altri galantuomini Calabresi, qual più, qual meno, abbiamo tutti del Don. Rodrigo, e ci rechiamo ad onore il proteggere i ladri, gli assassini, i truffaiuoli.

Il colono diventa tale per sfuggire alle persecuzioni dei suoi creditori: entrato nel mio fondo, quando questi al tempo del ricolto vengono a sequestrarglielo, io salto su, e dico: Il mio credito e privileggiato, ed affaccio un titolo falso.

E così noi invece di educare il popolo contadino al bene, gli diamo l’esempio funesto della frode, e gli tenghiamo mano nella truffa.

Ma spesso l’inganno ricade sull’ingannatore, e il colono, dopo di essersi gravato di molti debiti con me, ecco un bel dì mi pianta il fondo, e va colono con altri.

Nei poderi, che, stante la loro poca distanza dal dimestico, possono essere visitati sicuramente dal proprietario, i coloni son più docili, i terreni meglio coltivati, i padroni puntualmente soddisfatti a metà d’ogni sorte prodotti. E quindi la coltura degli alberi a frutti è più copiosa e studiata, mentre a tre miglia dal paese le terre o son nude, o coverte di querce, di scope e di ginestre.

Dalla varia forma, onde si costruiscono i nidi, si scerne la varia specie e il vario costume degli uccelli, e dal vario modo onde si coltivano le terre si deduce il grado delle guarentigie sociali in una contrada.

In tutta la Calabria il fico, la vite, l’olivo, il castagno son coltivati ad un trar di pietra dal paese; e ciò mostra che gli avi nostri vissero, al par di noi, in mezzo a ladri ed a briganti, e vollero avere sott’occhio quei frutti che facilmente e subito poteano essere involati, e quelle colture che richiedevano almeno una visita al giorno.

Discorremmo altrove dell’inerzia dei nostri proprietarii in opera di agricoltura, e ne indicammo le radicali cagioni; ma quella sparirebbe in parte tosto che il gire in contado si rendesse sicuro.

Come volete che i proprietarii piglino amore ai campi, se per andarvi debbono spendere in armigeri e guardiani quanto pagherebbero per condursi in Napoli?

Noi ne sappiamo molti che non conoscono neppure di veduta le loro terre: le lasciano in piena balia dei coloni, i quali facendo profitto della loro paura, mettono in giro le più strane novelle di briganti nel tempo appunto del ricolto, e quei briganti talora non esistono, ed eglino a nome loro chiedono denaro od altro al padrone, e talora esistono, e se il padrone va al podere, il colono non aborre dall’essere manutengolo di quelli.

E questa maledetta condizione di cose, non di oggi, non di ieri, ma che dura da secoli rende giusti i lamenti dei nostri proprietarii che dicono al governo: Tu mi aggravi di continui balzelli; ma rendimi almeno sicura la proprietà: tu mi spremi in un torchio, il brigante in un altro; che partito ho da prendere?

E noi rispondiamo loro: Pazienza! Il denaro vostro è dal governo impiegato appunto a distruggere il brigantaggio, e a darvi le strade che vi mancano, e gli esempii vi stanno sott’occhio: diamo tempo al governo, e non siamo così ingiusti da addebitare a lui uno stato di cose creato dalla signoria borbonica, che la signoria borbonica non potè o non volle distruggere, ch’era più terribile stando quella sul trono, e della quale neppure avevamo la soddisfazione di far libero lamento.

Oltracciò il governo non potrà mai badare alla costruzione delle strade campestri: è dovere dei proprietarii il costruirle a spese comuni; ma questo amore di associazione ancora non è nato tra noi, e ciascuno dice: io vado al mio fondo come posso, gli altri vi vadano, come vogliono.

Ed esempio di si codardo egoismo ce lo porge Cosenza, dove non manca qualche generoso che vorrebbe incanalare le acque del Busento dal punto dove animano i molini, e condurle ad irrigare gli asciutti terreni del Vallo con immenso beneficio dell’agricoltura; e nondimeno i proprietari non vogliono saperne.

Facciam fine a quest’articolo sui coloni avvertendo che il loro numero è straordinariamente cresciuto da cinquant’anni a questa parte.

E di tal fatto la ragione è da recarsi non solo, come dicemmo, alla vendita dei beni di mano morta, alla soppressione della feudalità, e degli usi civici avvenute nell’invasione francese, ma eziandio alla popolare miseria aumentata.

I nostri contadini possedevano le loro casette nel paese: moveano pei campi, se vicini, al mattino e ne tornavano la sera; se lontani, il lunedi e n’erano reduci la sera di sabato.

E ‘l sabato spira una fragranza poetica in tutte le canzoni popolari:

Sira passannu lu sapatu iu

Vidivi dua bardasci ragiunari.

E la bardascia aspettava il suo marito contadino sulla soglia della casetta con in mano la rocca bene inconocchiata. Poi la miseria crebbe; non ebbe più olio per far le fritture solite a festeggiare il ritorno del consorte e vendè la padella, poi vendè la casa, ed i nostri redivivi Adamo ed Eva andarono coloni per avere un tetto, dove riposare lo stanco capo.

Ogni fondo infatti che si dà a mezzadria ha una casa rustica detta torre, e di qui il nome di torrieri dato ai coloni.

E le nostre campagne si popolarono di torri e di torrieri, i quali col vivere segregati da un anno ad un altro, col non venire nel paese che rare volte, ignari di scrivere e di leggere, e privi d’istruzione religiosa vivono in uno stato che confina con quello del bruto.

Ed altro male che ne nacque fu la cresciuta difficoltà di distruggere il brigantaggio, giacchè il brigante trova sempre in ogni punto della campagna un covo che lo accoglie.

Cchi gàtu vò dì, gàmu dìtu tùttu ‘nprìncìpiu

Giugno 2020

Minùcciu

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