Giu 16

Come eravamo : Fàttu strèvuzu.

La Redazione & Minucciu

Fàttu strèvuzu

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Un brivido lo svegliò e percepì subito la sensazione del freddo umido. Aprì gli occhi e invece del soffitto vide il cielo stellato. La circostanza lo meravigliò e si stupì perché non rammentava di essere restato fuori casa. Sollevò la testa e potè vedere che il corpo era interamente ricoperto dall’umidità della notte.

Si guardò attorno e tentò di capire dove si trovava. Guardò nuovamente verso il cielo stellato ed affidandosi al suo ottimo senso dell’orientamento capì che doveva trovarsi in una zona posta in alto, orientata all’incirca fra “ù Sammicuòsu” e “ ù chiànu dà Sìddhàta”. L’aver stabilito la località non lo tranquillizzò affatto perché non riusciva a capire come era capitato nella zona e soprattutto perché c’era andato e poi s’era fatto sorprendere dal sonno.

Era sdraiato su un fianco. Tentò di cambiare posizione per meglio guardare attorno e la manovra non riuscì. Di questo ebbe paura. Dalla “cudicèdda “in giù gli arti, per quanti sforzi facesse per attivarli, non rispondevano, restavano immobili, “ammarmurùti”. Era successo qualcosa che gli impediva di muoversi. Fece un ennesimo tentativo di girarsi ed avvertì una fitta lancinante all’altezza delle reni. Doveva essere caduto e doveva aver preso una botta alla spina dorsale.

Guardò di lato nel tentativo di individuare l’abitato, le case del paese. A destra vide solo il costone e poi il cielo; a sinistra intravide i crinali “de cuòzzi”. Capì che si trovava in un punto imprecisato “ntè còsti dà tèrra” ma la circostanza non lo consolava affatto. Era crucciato perché non riusciva ancora a capire cosa era accaduto e come mai era sdraiato “mmiènzu à pètri e tròppi”.

Fattosi un po’ di coraggio tentò di chiedere aiuto. Si fece forza ma dalla gola gli uscì un ululato che man mano si affievoliva per divenire qualcosa di simile al pianto di un bambino. Non tenne il conto di quante volte lanciò il richiamo ma lo fece a lungo e senza nessun esito.

Stette immobile in attesa che qualcuno dal paese udisse i suoi lamenti e venisse a prestare aiuto e soccorso. Tentò di stabilire da quanto tempo si trovava li e soprattutto quante ore doveva ancora attendere perché facesse giorno. In questo gli venne in aiuto l’orologio del campanile che suonò un rintocco. Diavolo, era solo l’una di notte e la gente dormiva profondamente. Nessuno fino a giorno fatto avrebbe potuto udire i suoi richiami ma non per questo abbandonò i tentativi. Invocò lo stesso ma con meno frequenza, tanto sapeva che insistere troppo sarebbe stato inutile.

Per ingannare il tempo ripensò alla sua infanzia, ai giochi con i fratelli e ricordò anche quando, ancora giovanissimo, venne affidato ad altra famiglia che da subito lo fece lavorare affiancandolo ad un anziano dal quale imparare i segreti della guardiania degli animali al pascolo. Non era dura quella vita all’aria aperta, correva, si divertiva, giocava con i puledri ed aveva pasti e ricovero garantiti.

Frammezzo a questi pensieri tornava però sempre lo stesso cruccio. Quando e come era finito “mmiènzu ì còsti dà tèrra”e soprattutto, per quale motivo e per di più con la schiena probabilmente spezzata. Gli sopravvenne un moto d’ira e d’istinto digrignò i denti. Il gesto fu il lampo che gli illuminò la mante e gli fece ricordare ogni cosa. Il giorno precedente era ritornato in paese assieme al proprietario della mandria. Il compagno di lavoro l’aveva avvertito di stare attento all’unico bambino presente presso quella famiglia, un esserino di una crudeltà preoccupante il cui passatempo preferito era divertirsi a tormentare ed infliggere sofferenze a chiunque avesse a tiro, fossero uomini o animali. Rammentava di essere stato scottato da una brace, strattonato, punto con una forchetta e quasi strangolato da un cappio.Infastidito e dolorante aveva reagito mordendo la mano al piccolo vandalo le cui urla avevano richiamato a raccolta i familiari. Uno degli zii, bastardo quanto e forse più del nipote, l’aveva prima bastonato per bene e poi “strascinàtu àru chiànu dà Mòtta e pùa jittàtu ntè còsti”. Era intontito ”dè palati” e dallo spavento e perciò non ricordava né il volo né l’impatto che gli aveva sicuramente spezzato la schiena. In fondo si era solo difeso, non era giusto che fosse lì a morire come un cane. A questa riflessione nella sua mente sorrise perché, nonostante i pensieri ed i ragionamenti “umani”, cane lo era davvero, di corpo e di pelo, cane restava e, come, tale moriva.

Qualche anno dopo questi accadimenti, “nsièmi à Dunàtu ì Pierìnu”, ho scalato le rocce “dè còsti dà tèrra” da “Sàntu Vito nfinù àra chièsia, ncìma”. A mezza costa, sul ciglio a sprone di uno dei tanti massi, c’erano i resti dello scheletro calcinato di un cane, forse lo stesso cane che, oggi, in termini e con ragionamenti umani, ci ha narrato questa storiella. Penso lo abbia fatto a monito della stupidità umana in generale e riferita, in particolare, “àra ciutìa i quìru fìgghju i zòccula” che, maltrattando un animale, ci ha fatto passare una notte insonne e piena di paura. “Stàvu àru Sàmmicuòsu e ra còsta dà Mòtta àvìai vicina”.

Questa storiella in memoria di quel cane che in una nottata di inizio estate del 1951 “dè còsti dà tèrra” lancio a lungo flebili ululati, sentiti ed assimilati ai lamenti di un bambino, ma, soprattutto, ignorati.

 

Giugno 2013                           Minucciu

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