Mar 03

Lo zio d’America …

Pasquale Giannino (da un mio romanzo inedito)

Era da Natale che i miei mi parlavano di zio Severino e del suo ritorno. Mi avevano mostrato alcune foto di quando

era giovane, prima che partisse per l’America: i capelli neri impomatati, lo sguardo fiero. Da ragazzo aveva due grandi passioni, mi dissero: la fisarmonica e le donne… Era uno dei tanti parenti che avevamo in giro per il mondo e che non avevo mai conosciuto se non attraverso le foto e i racconti dei miei genitori, che li rendevano ai miei occhi di bambino quasi leggendari. Ne avevamo in Canada, negli Stati Uniti, in Argentina, in Australia… In paese tutti avevano grande considerazione per chi era partito: erano quelli che avevano avuto il coraggio di andarsene, quelli che ce l’avevano fatta… Ogni ritorno era un evento, amici e parenti facevano a gara per invitarli a pranzo o a cena. Alcuni erano emigrati in posti più vicini e ritornavano con cadenza annuale, tipicamente nel mese d’agosto per la festa del santo patrono. Poi c’era un cugino di mia madre che tornava tutti gli anni da New York: il mitico Carluccio. Aveva fatto carriera come musicista nella grande mela. Suonava in formazioni prestigiose, aveva inciso anche alcuni dischi. Noi ne avevamo uno gelosamente custodito da mia nonna Gina: lo teneva in un baule che stava sempre chiuso. Me lo mostrò una sola volta. “Questo è Carluccio dell’America!” mi disse, indicandomi tutta orgogliosa la foto del nipote sulla copertina del disco. Poi, con un gesto rapidissimo lo ricacciò dentro. Non ho mai potuto ascoltarlo. In famiglia nessuno aveva un giradischi. C’era un mio amichetto che lo aveva, un giorno lo portai da mia nonna e gli chiedemmo di prestarci il prezioso cimelio. Non si ricordava più dove lo aveva messo…

“Hello, Pasquale!” mi disse zio Severino. “Como stai?” Non somigliava per niente a quel giovane che avevo visto in foto: era ingrassato, i capelli brizzolati, un principio di calvizie…

“Bene, grazie…” risposi. “Voi siete

il fratello di nonna?”

“Yeah, il fratello cchiù piccolo… Pasqualino, fatti guardare: como sei fatto grande!… Tu sei un bravo guaglione, so che vai bene alla scola …”

“Abbastanza, mi piace studiare…”

“Bravo, continua accussì. Quando cresci ti porto all’America…”

“Magari!…”

“Tieni, prenditi questi: sono cinque ddollari…”

“Oh! grazie…” gli dissi tutto contento, mettendoli al sicuro nella mia tasca. In realtà non sapevo cosa farci con quei dollari. Non sapevo neanche dove andarli a cambiare. Così, mentre mia madre si arrabattava ai fornelli e zio Severino discuteva con mio padre e mia nonna di come si stava in America e come aveva trovato il paese dopo tanti anni… io quatto quatto mi defilai. Scesi giù in camera da letto, afferrai il mio salvadanaio che stava sul comò assieme a quello di mio fratello e ci ficcai dentro i miei cinque dollari. In quel piccolo scrigno andavano a finire tutti i soldini che mi regalavano: banconote da cinquecento lire, da mille, da cinquemila… un sacco di monetine. Presi il salvadanaio e lo agitai: era quasi pieno. Non sapevo proprio cosa farci con tutti quei soldi, ma non ci pensai più di tanto. Ci avrei pensato un’altra volta… Misi a posto il gruzzoletto, e me ne tornai su a sentire i discorsi dei grandi.

Pasquale Giannino

 

 

 

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