Gen 21

Come eravamo Tànnu …gùsavadi accussì (sei)

La Redazione & Minucciu

La crescita.

Solo così muniti e cautelati i neonati potevano essere sottoposti agli sguardi altrui. Per la prima uscita dalla casa ove era nato, (avveniva generalmente per il battesimo) i parenti presenti nel corteo diretto alla chiesa, oltrepassavano la porta della casa del battezzando, in uscita, solo dopo aver sputato oltre la soglia, in faccia alla sfortuna ed al diavolo, che la tradizione voleva sempre appostati ed in agguato, nei pressi delle case ove erano presenti bambini da battezzare.

Durante il tragitto per la chiesa, i parenti, a turno, avevano costantemente la mano sinistra con le dita ad accennare il simbolo delle corna, contro “àffascinu” e “maluòcchiu”. Se durante il percorso incontravano qualcuno “cùntràriu”, “nimìcu” oppure “n’fràma ì mmìdiùsu”, uno dei parenti, oltre lo scongiuro “faciènnu ì còrni”, si copriva la bocca con una mano e non mancava di accennare il gesto di sputare (talvolta lo faceva per davvero), volgendo la testa, “à pàrti mànca, quìra dò diàvulu” in segno di scongiuro e disprezzo.

Al pargolo si evitava di fargli guardare uno specchio perché era credenza radicata che la visione della propria immagine poteva causargli, “mancànzi”, fra le quali, il mutismo; oppure ostacolare la pronuncia della prima parola o farlo parlare con molto ritardo, rispetto ai coetanei; o farlo divenire “nù scìlinghuàtu”, o “nù ncàcagghjùni”; o farlo restare “ncantàtu” (a quei tempi l’autismo era ancora da scoprire).

Quando spioveva e si formava l’arcobaleno, ai neonati veniva coperto il volto con particolare attenzione agli occhi. Si temeva che la visione dei colori dell’arco poteva provocare nei bimbi cecità o altri problemi alla vista. Si credeva anche che l’esposizione al riflesso dell’arcobaleno, provocasse l’arcatùra e la pelle avrebbe assunto una colorazione giallastra; era credenza popolare che l’arcobaleno avesse il potere di causare l’itterizia.

Anche la luna, non importava se nascente o calante, secondo tradizione non portava tanto bene ai neonati. Si evitava accuratamente di esporli alla sua luce o, peggio, di fargliela guardare. L’astro poteva avere influenze nefaste perché poteva indurre la pazzia o provocare altre affezioni o malattie, portatrici di deliqui, la più temuta delle quali era l’epilessia. Molto esposte erano le femminucce delle quali, tradizione voleva la luna fosse “gilùsa”. Se una piccina la guardava durante i primi mesi di vita, crescendo poteva risultare “starèja” o “stìrpa” (è la stessa disfunzione) oppure mostrare problemi caratteriali, il più grave dei quali, “à lùnacìa” o caratterialmente somigliare ad una “bizzòca” con conseguente ripulsa verso il matrimonio.

Esistevano “rimedi” contro tutti i suddetti rischi? Per alcuni sicuramente si: La consuetudine ha tramandato che da tempo immemore si praticavano tanti, vari e complessi riti di “sfàscinicamièntu”, “cùntramaluòcchiu”, “nnàntimmìdia”, ”cùntraspàmièntu”, messi in pratica ed attuati generalmente da donne anziane. La procedura di liberazione dal cattivo influsso e dalla malia, era parecchio influenzata e contrassegnate da “màgaria” (quella buona però) ed anche da una impronta fortemente e prevalentemente religiosa, alla quale facevano da contorno astruse segni, formule, giaculatorie e preghiere, tutte pronunciate in antica lingua nella quale si potevano cogliere alcune derivazioni ed influenze greco latine. A sostegno e supporto della parte orale (le invocazioni), venivano usate ed impiegate erbe o misture di erbe, (appena raccolte oppure gia secche e conservate per la bisogna), nonché segreti e misteriosi unguenti ed oli, estratti da semi, bacche e drupe varie, (oliva compresa, raccolta in giorni particolari e con altrettanti particolari modi conservata e poi lavorata). Trovavano impiego anche, pietre, legni specifici per sostanza e forma, oggetti metallici particolari (grossi chiodi antichi fatti a mano; “chiuòvi ì tavutu”; chiavi “ì màschatùri vècchj”, preferibilmente provenienti da stalle dove erano morti animali o da “càsi pìrrupàti ccà ggènti a jìntu”), tutti supporti utilizzati con le modalità e le necessità richieste dal rito ed in relazione alla gravità “dà còsa cùntraria” dalla quale bisognava liberarsi; ciò a discrezionale ed insindacabile giudizio della persona (generalmente una donna anziana) che praticava il rito per annullare gli influssi malefici.

Se le precauzioni adottate non funzionavano o non avevano effetto e si manifestavano febbri e segni di malattie, vi era tutta una serie di erbe o misture di erbe che qualche effetto benefico l’avevano e che venivano somministrate con infusi dal sapore amaro e talvolta anche disgustosi. Faccio un esempio di uso “leggero” delle erbe. Quelli della mia generazione ricorderanno, per averlo visto applicare ai fratelli minori, il metodo “ppì smàmmà”, i lattanti allo spuntare del primo dentino, “ppìcchì sì ghàvidi ì diènti pò ffà ammìnu dò làtti”. Con un ciuffo “ì ghèriva amàra” si strofinava il capezzolo e poi si consentiva al bimbo “ì s’àmmàmmà”. La reazione nel bimbo consisteva in una serie di smorfie e dopo due o tre tentativi ulteriori, rinunciava a suggere e così terminava il periodo dell’allattamento. Era un metodo spicciolo ed anche un po’ crudele di svezzare un bambino, ma si pensava che a sei mesi di età l’essere umano non ha percezione della proibizione ed usare metodi di convinzione non ha molto senso con un bambino di sei mesi che, se ancora non parla, figurati se capisce o ragiona. Eppoi il metodo male non faceva, secondo un antico detto, “à midicìna cchjù gghè àmara e ccchjù ffà bbèni”. Lo stesso principio si applicava alla medicina popolare. “A tannu” usava adoperare quella tale erba o mistura per curare quel tale malanno. Erano guarite e sopravvissute molteplici delle generazioni passate, e non si percepiva perché a quella appena nata bisognava riservate un diverso trattamento. Inoltre si pensava che nei bambini il senso dello schifo non è molto sviluppato. E su questo i “viècchi” non avevano poi molti torti.

Passata “à timpèsta” dei primi mesi, dopo essere stato svezzato il bambino si avviava ad affrontare la vita e, con i primi pasti solidi a prendere confidenza la cucina paesana. Piatto principale ed indiscusso era “ù pànicuòttu” preparato con latte caldo nel quale si ammollavano pezzettini di pane con aggiunta di un po’ di dolcificante, generalmente miele (lo zucchero quale prodotto industriale era guardato, non a torto, con sospetto). Durante “à civatùra” il bambino poteva prendersi qualche piccola rivincita o attuare qualche inconscia vendetta per i soprusi subiti (avete presente la fasciatura?) sputando e spruzzando il contenuto del cucchiaino, trasferendolo dappertutto, meno che nello stomachino. Se “àru civà” era la mamma, al massimo cominciava a prendere confidenza anche con i primi urlacci. Se a “civà” era un fratello, dopo i primi dispettucci, il piccolo Attila rischiava il digiuno (rammento di essermi scofanato interi piatti “ì panicuòttu”, che avrei dovuto imboccare ai miei fratelli più piccoli e che secondo me rifiutavano di mangiare, dato che sputavano e spruzzavano tutt’intorno).

La dentizione portava un indiretto beneficio anche ai fratelli maggiori (quasi sempre ingordi e golosi) perché venivano preparati “taràddhi” e “mùstazzuòli” in impasto speciale che li rendeva compatti e densi appena freddi. Servivano per darli al bimbo in fase di dentizione che “ì dulavàdi” e ci sfregava le gengive per alleviare così il prurito ed il dolore causato dalla spinta dei dentini. Quando i dolcetti erano ancora tiepidi, gli altri fratelli ne saggiavano la consistenza, talvolta fino all’esaurimento della provvista. In attesa della nuova infornata, il bimbo doveva arrangiarsi “dulànnu n’ùrlu ì pàni tuòstu”.

Gennaio 2013

Minucciu

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