Nov 07

aru campusantu à fa ù duviri

Da “come Eravamo”… Minucciu

Quiri cristiani

In paese per un breve periodo di ferie, mi venne di riflettere che da un bel pezzo non andavo “aru campusantu à fa ù duviri” verso i familiari deceduti.

Con adeguata scorta di lumini ed a piedi, mi diressi a “Lietu”, come solitamente e con un pizzico di scaramanzia, i miei compaesani indicano la località. Tutto per non pronunciare la parola “campusantu”.

Dopo aver reso i doverosi omaggi alle persone a me care, istintivamente andai a curiosare in giro per le “sozze”, come sono definiti, in sandonatese, i campi di sepoltura. Durante il percorso e davanti ad ogni lapide o croce riaffiorava un ricordo, un episodio, un fatto oppure una circostanza che coinvolgeva, in maniera totale o parziale, le persone decedute le cui sepolture stavo passando in rassegna. Frammenti di vissuto, dei quali avevo parzialmente perso memoria, riaffioravano ritornando nitidi e, per un attimo, sembrava richiamassero in vita le persone i cui volti erano raffigurati nelle foto.

Il nome dei defunti, inciso con varie grafie, artistiche, elaborate oppure semplici, non sempre richiamava o mi collegava a qualcosa. Il sollecito veniva soprattutto dalle foto che ornavano lapidi e croci. Erano i volti, non importa se con espressione sorridente oppure seria o pensosa, a far riaffiorare i ricordi ed a farli rivivere.

Non rammento quanto tempo ho passato impegnato nella “rivista” davanti a “stipi e fossi”. Quando sono rientrato a casa, mia madre, a sottolineare il ritardo, con la solita sua espressone alla “mò ti frego io”, ed a presa in giro, mi fa: “pinzàvu cà ti stàvasi sigghjènnu nù posticcièddhu ppù pià ad’affìttu”.

Volessi raccontare tutti i ricordi che la visita ha risvegliato, non basterebbero queste cartelle dattiloscritte. Per questioni di spazio, di tempo e soprattutto per non annoiare, limiterò il racconto a pochi episodi.

-ZIU PASCALI. Era un vecchietto taciturno, piegato per somma d’età e di acciacchi. Burbero d’aspetto era però gentile quando, tirandosi dietro l’asino e passando dalla piazzetta ove i “quatrari” giocavano, non mancava di fermarsi, osservare i tipi di giochi si praticavano, talvolta offrire un pò della frutta che trasportava “nté fìscini”. Questo suo traccheggiare, tornava utile a moglie e figlia che, vistolo arrivare avevano così il tempo di scendere presso i magazzini, per aiutarlo a scaricare la soma. Prima di allontanarsi, ziu Pascali, faceva la sua solita raccomandazione: ”marraccùmmannu figghj mìa, mpàrati; da shjorta òbbi piàti mai, màlasaluti, miseria e màlavicchiaja”.

Come tutti i maschi anziani del paese, fiduciosi nella propria buona salute, zio Pascali di vino era “cànnarutu”, nel senso che oltre a mangiare, e bene, beveva a tavola e fuori pasto, in quantità ritenute eccessive dai familiari, preoccuparti delle sue condizioni di salute. Per questa sua tendenza, le chiavi delle porte d’accesso alla cantina erano custodite dalla moglie che, personalmente prelevava il fabbisogno giornaliero di vino.

Il vecchietto, ovviava l’inconveniente racimolando per casa degli spiccioli. Raggiunta la cifra necessaria, scendeva al piano terreno con la scusa di governare l’asino ed aperta la porta, sporgeva una mano a mo di richiamo per i ragazzi del vicinato, uno dei quali prelevava la bottiglia ed il danaro e comprava il vino presso le vicine cantine di ziu Luigi o di ziu Vicienzu. Raccomandava la massima discrezione, nella riconsegna della bottiglia piena, ed in particolarmente di stare attenti che il “movimento” non fosse notato da suoi familiari.

Un pomeriggio d’Aprile ziu Pascali non risalì dalla stalla perché “nù nzùrtu” l’aveva stroncato. Ebbe il tempo di nascondere sotto la paglia della mangiatoia la bottiglia vuota. Alle prime avvisaglie del malore, non aveva chiesto soccorsi, più che la vita, temendo il giudizio postumo dei familiari, aveva voluto salvare la reputazione.

FRANCISCU. Non era nato da famiglia ricca. Per inventiva ed ironia però, si poteva considerare milionario e per fantasia aveva pochi rivali. Ci raccontava che da ragazzo, la sua famiglia, d’estate per risparmiare le calzature lo mandava in giro scalzo. Non che la cosa scandalizzasse perché, quando Franciscu era bambino, parliamo del periodo fra le due guerre, l’andare scalzi, per gli impossidenti, era consuetudine. Non per niente le nostre nonne e bisnonne, specie le braccianti, s’erano inventate la calza a pedula fatta a mano, con punta, tallone e gambale ma priva della pianta del piede, tanto per risparmiare un po’ di filato. Calza che, levate le scarpe, era arrotolata alla gamba e consentiva di procedere a piedi nudi e risparmiare le suole.

Dicevo che Franciscu aveva un senso della dignità altissimo fin da bambino. Per tentare di nascondere o limitare il danno d’immagine, derivante dall’assenza delle scarpe, s’era ingegnato a tingersi i piedi col nerofumo, ed avere così, virtualmente, il suo bel paio di scarpe.

Aveva l’ossessione della carne per la quale s’ingegnava e sperimentava nuovi metodi di cottura. Diceva che durante l’infanzia e l’adolescenza ne aveva sentito solo parlare. Lo spezzatino e la fettina di carne li aveva assaggiati, per la prima volta, durante il servizio militare.  Per le feste comandate era il primo a presenziare l’uccisione di capretti ed agnelli “ara chjanca ì zù Riguardu” e di volta in volta acquistava o “stigghjola”, o ”cataruzzeddha, o “na libbra”, tutte spese minute ma in linea con le quantità acquistate dalla restante clientela. Il sandonatese non aveva la “cultura” della bistecca, preferiva “a carni minuta” da cuocere nel sugo insaporita da odori e “cancarieddhi”. La moglie sapeva che preferiva carne con le patate e gli anticipava il piatto del pranzo.. Franciscu rispondeva ”beddha i Franciscu tua, cchiù carni cà patani, màrraccumannu”. Da anziano era senza “prisama” e con difficoltà nella masticazione, specie con la carne, di cui abbiamo detto era ghiotto. Era sempre partecipe ai pranzetti organizzati dai suoi amici e vi interveniva volentieri. Per divertirsi e prenderlo in giro, gli altri commensali mangiavano velocemente e poi, commiserandolo per la sua inappetenza, lo canzonavano dicendogli “t’ajutamu a nollassà nènti ntò piattu, cà ghè piccàtu”. Detto questo, mentri uno lo distraeva, gli altri sottraevano dal suo piatto qualche porzione di carne. Franciscu “s’incazzavadi” e diceva di dover pagare uguale agli altri per poi mangiare di meno. In occasione di una riunione conviviale si prese la rivincita perché, appena il vassoio della carne fu portato in tavola, Franciscu lo vuotò per meta nel suo piatto e coscienziosamente leccò  le fette di carne. Sapeva che il gesto schifava gli altri commensali. Lo aveva compiuto di proposito per evitare che, come sovente accadeva, approfittando della sua forzata lentezza, qualcuno dei compari potesse, come al solito fregarlo e sottrargli la carne dal piatto.

Durante una discussione “ara siddhata”, incentrata sulla ricchezza, la signorilità e le donne, qualcuno dimentico della sensibilità i Franciscu, oltrepassò il limite e lo toccò sul vivo. Non fece la piazzata, non alzò la voce ed a sottolineare la sua diversità Franciscu disse, “ognùnu chhì pàri sùa” ed alle parole associò il gesto di porsi a fianco del rampollo di una delle più cospicue famiglie del paese.

QUIRI DA LIGGERA. Era un gruppo di vitelloni senza età, membri di un’associazione senza sede fissa né regolamenti o statuti scritti, alla quale aderiva la “meglio gioventù” di San Donato. Scopo sociale dichiarato era, la dissociazione assoluta da qualsiasi forma di fatica; la ricerca continua di passatempi e giochi; l’ozio perenne e, ove le condizioni economico-familiari lo consentivano, scialacquare il patrimonio. Motto della congrega era “sciacqua Rosa e bbivi Gnesa”. Uniti in vita da un patto di ferro, il caso ha voluto che, nella morte, trovassero sepoltura “nta stessa sozza” anche se in tombe non contigue.

I loro volti hanno richiamato alla memoria l’unico assente, forse sepolto altrove, ossia colui che del sodalizio occupava la presidenza, dall’alto della quale, munificamente, distribuiva e scialacquava ciò che attingeva dalle sostanze paterne.

La carica sociale gli derivava appunto dalla consistenza del patrimonio familiare. L’assenza di coeredi, “a babbo morto”, gli garantiva crediti illimitati. Da studente universitario fuori corso, la vita era filata liscia fino ai 40 anni. Il vento era mutato quando aveva annunciato il conseguimento della laurea, circostanza per la quale il padre aveva organizzato una festa degna dell’avvenimento e speso una somma sostanziosa per inviti e rinfresco alla “crema” del paese. Il diavolo però, fa solo le pentole…… Qualche sandonatese impiccione o solamente tinto da invidia, aveva ficcanasato e scoperto che “liggera”, in tanti anni di studi all’Università, aveva sostenuto solo pochissimi esami. In modo perfido, “ù spiùni” fece circolare la notizia che in un lampo è divenuta di pubblico dominio. Il padre, sentendosi “sbrigugnàtu”, per lo smacco subito e per la reputazione familiare compromessa, aveva tagliato i fondi, concedendo e malvolentieri a “liggera” e solo per supplica della madre, solo vitto ed alloggio. Per la vergogna e per continuare a vivere alla grande, al dottore mancato toccò emigrare. Dopo la sua partenza, avvenuta di mattina presto e con trasporto alla stazione di Paola da un noleggiatore di San Sosti, una mano perfida, ispirata da mente altrettanto maligna, su alcuni muri del vicinato vergò: “Visse del padre. Studiò? Sperò. Sparì!”.

FILUMENA. Era una donna comune, non bella ma simpatica, gran lavoratrice e sempre allegra. Era sposata con un pezzo di marcantonio gelosissimo. Nonostante il marito avesse “paliàtu malamenti” alcuni che “ciàvjanu pruvatu”, quando Filumena passava, non potevi fare a meno di guardare, perché aveva un bel fondo schiena, a malapena nascosto “da vèsti lariga” che indossava.

Della gelosia del marito, non sembrava preoccuparsi “ù putigaru” che con tutte le donne si atteggiava a “latin lover”. Il nostro non era il bell’uomo che credeva d’essere ed era spostato con una donna di forme giunoniche che, spesso e volentieri lo richiamava all’ordine, stendendolo con uno schiaffo. Il “Rodolfo Valentino dei poveri”, da un po’ di tempo, aveva iniziato a tampinare Filumena, con atteggiamento ossequioso, apprezzamenti gentili, parole mielate, accompagnate da qualche sconto sulle merci che la cliente acquistava. Alla donna le attenzioni non dispiacevano. Le convenzioni sociali dell’epoca però imponevano che tutto doveva però restare confinato nella celia e limitato al rapporto di conoscenza.

“U putigaru”, acquisita una certa sicurezza, dopo qualche tempo, interpetrando male l’atteggiamento disponibile ed amichevole di Filumena, volle spingersi troppo avanti. Un tardo pomeriggio, mentre la donna si accingeva ad uscire dal negozio, proprio sulla porta, volendo esprimere apprezzamento ed ammirazione, non trovò di meglio che dirle “cchì bèllu cùlu chi tènisi”. Filumena reagì inviperita a quella che, per quell’epoca, era considerava un’offesa e ad alta voce rispose: “mò vàju ara casa, dìcu tùttu a marìtumma, e ci pensa ghjddhu a ttì fà, nù cùlu cchjù granni, miegghju e cchjù bèllu dò mia”. Si sentì una voce femminile dire “ammacardìa filuminè, ammacardìa”. “U putigaru”, gia pallido al pensiero di come il “marcantonio” lo avrebbe conciato, quasi moriva dalla paura perché aveva riconosciuto quella voce. Era la moglie che, dall’abitazione sovrastante il negozio, “avìadi ammuscatu” e si era appostata per giorni a seguire attentamente mosse e parole “dò putigaru” che intanto perse sicuramente una cliente. Non abbiamo notizie precise su cosa abbia “guadagnato” dal marito geloso. Dal trambusto serale presso l’abitazione e da taluni segni sulla faccia sembrava avesse “abbuschàtu” parecchio dalla moglie.Conseguenze? “A putiga chiusa ppì ttrì juorni”.

ZIU PIECURU. Avete giustamente immaginato che “piècuru”non è il vero nome. Era così soprannominato perché, in occasione di un carnevale, si era mascherato con un vello di montone ed un cappello ornato “cchì corni ì zìmmaru”. Una leggera zoppia, conseguenza di un incidente sul lavoro in montagna, non impediva a ziu Piècuru  d’essere un gran camminatore ed un profondo conoscitore dei boschi sandonatesi. Era “nu fungiaru” formidabile tanto da poter procurare, in pieno inverno, ovoli e funghi porcini. Successe nel mese di Febbraio. Una donna incinta desiderò dei funghi ed era disperata perché si era toccata “ara cocca” e temeva un figlio una guancia segnata. Vi era la credenza che le donne incinte, in caso di voglia improvvisa, dovevano toccarsi parti nascoste. Si temeva che “à gulìa”, non soddisfatta, si trasferiva sul nascituro in forma di macchia. Ziu Piècuru colse e recapitò i funghi e se li fece pagare profumatamente. L’abilità nel trovarli ed il rifiuto assoluto di rivelare, persino a moglie e figli, i luoghi ove cercava i funghi, spinsero alcuni sandonatesi a pedinarlo. Fatica sprecata perché, come raccontato dagli interessati, ziu Piècuru era abilissimo “a fà a cacchjavòta” ed i pedinanti se lo trovarono alle spalle. Ormai invecchiato, non aveva più le forze per aggirarsi tra i boschi e durante un inverno, “aru fuocu”, ad un nipote rivelò il suo segreto. “Ntè vuòschj dòpu i serri” aveva individuato una grotta nascosta dalla vegetazione ed utilizzata da tempo immemore come “jazzu” dai pastori. Il vento o più probabilmente le attività umane, vi aveva depositato delle spore fungine. Il microclima all’interno era favorevole ed i funghi, porcini ed ovoli, vi crescevano copiosi e ad ogni stagione. Era quel luogo segreto e speciale che aveva sempre custodito e difeso. Promise che nella prossima primavera, si sarebbe fatto forza ed avrebbe accompagnato il nipote alla grotta e negli altri posti ove i funghi crescevano, rivelandogli l’ubicazione precisa delle sue riserve. Morì ad inizio primavera, con la neve ancora alta portando con se il segreto. La grotta, cercata per lungo tempo e da molte persone, che io sappia, non è stata mai individuata.

Quei morti, i cui visi ritratti ed esposti nel cimitero hanno riportato alla memoria episodi dei quali, in tutto od in parte erano protagonisti, ”òn si cciàna pià” se ho limitato il racconto a pochi episodi ed omesso di rammentarli tutti. Per la mia componente razionale, la ragione, occorre una precisazione: i morti fanno i morti, che è il mestiere cui li ha destinati la fine vita e, facendo appunto i morti, si adoperano per restituire alla natura la messe di elementi, sottratti, prima da chi li ha generati e, dopo la nascita e durante la vita, direttamente da loro stessi. Essendo impegnati in detta attività non possono dedicarsi ad altro che alla mineralizzazione, figurasi se possono curarsi “ca nù fissa qualsiasi” si rammenti o no di loro. Per la parte irrazionale, istinto che regola fra numerose altre cose, l’avere timore e riverenza verso i defunti, come del resto per la quasi totalità dei miei compaesani, ribadisco che non avendoli citati tutti, non significa mancanza di rispetto ovvero preferenza per alcuni a dispetto di altri. E’ solo questione di spazio nel giornale, ripeto, non li ho dimenticati. Riposino in pace.

Novembre 2011

Minucciu

 

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4 comments

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    • Giovanni Benincasa on 7 Novembre 2011 at 22 h 32 min
    • Reply

    Complimenti vivissimi, un bel racconto. I tuoi ricordi rinverdiscono anche i miei che sono limitati quasi tutti all’età adolescenziale. Però, quando ti rechi a render Loro onore, è vero, la Loro immagine ti fa riaffiorare alla mente tutto o quasi tutto il vissuto che in qualche modo ti accomuna. Saluti!

    • Sandonatodininea on 8 Novembre 2011 at 7 h 04 min
    • Reply

    Un vero ritorno ai nostri bei tempi…chi si ricorda adesso di tantei parole del nostro dialetto?
    grazie Minucciu per questo viaggio nel passato!!!

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    • franca caruso on 13 Novembre 2011 at 21 h 37 min
    • Reply

    complimenti….bellissimi racconti

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